Colpire le economie dei Paesi del Golfo e saturare le difese nemiche: la strategia iraniana contro Usa e Israele
“Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dell’esercito americano a est e ovest dei nostri confini e ne abbiamo tratto delle lezioni. I bombardamenti sulla nostra capitale non hanno alcun impatto sulla nostra capacità di fare la guerra. La nostra dottrina di difesa decentralizzata a mosaico ci permette di decidere quando – e come – la guerra finirà”. Queste le parole del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Aragchi, nel terzo giorno della guerra regionale scatenata sull’Iran dagli Stati Uniti e Israele. Parole che accompagnano uno sviluppo degli eventi che già nelle sue prime ore è apparso molto diverso rispetto alla guerra dei dodici giorni dello scorso giugno.
L’Iran, in questa tornata di conflitto, ha cambiato strategia, abbandonando del tutto la pratica delle risposte limitate, coordinate (gli Usa a giugno erano ad esempio stati avvertiti dell’attacco alla loro base di Al Udeid in Qatar) e più o meno proporzionate agli attacchi subiti. Ha rifiutato una prima proposta di cessate il fuoco da parte di Trump, che nel giro di 24 ore ha dovuto aggiustare il tiro, inizialmente sostenendo che l’operazione sarebbe durata 4 giorni, per poi annunciare almeno 4 settimane di conflitto, dopo la notizia di alcuni militari americani rimasti uccisi.
La strategia di Teheran, a questo punto basata sulla sopravvivenza, è entrata nella sua terza fase. La prima, secondo le autorità iraniane, era stata la guerra dei dodici giorni, nella quale l’Iran si era limitato ai citati strikes coordinati, utilizzando missili di vecchia produzione al fine di testare i livelli di saturazione delle difese nemiche; la seconda fase è stata la repressione dei sommovimenti nel Paese dello scorso gennaio, una parte dei quali sono state lette da Teheran come organizzate da Israele (che d’altronde per bocca del Mossad ha rivendicato di avere agenti sul terreno) e dagli Stati Uniti; la terza è quella attuale, con la totale escalation del conflitto, che assume sempre più dei contorni esistenziali.
All’interno di questa terza fase, si potrebbe ulteriormente parlare di un triplice livello di risposta militare, accompagnato da diverse tattiche e orientate a risultati via via diversi. Ai primi strike israeliani e americani Teheran ha risposto bombardando la stessa Israele e le basi americane nella regione con una potenza di fuoco minore rispetto a giugno ma più continua, sempre nella logica di testare i sistemi Thaad, Arrow, Iron Dome e David’s sling. Poi ha aumentato gradualmente la potenza degli attacchi. E infine ha iniziato a colpire nel vitale stretto di Hormuz, nonché le infrastrutture energetiche e civili dei Paesi del Golfo.
Parallelamente, in termini strettamente operazionali, l’Irgc – oltre a prepararsi anche all’eventualità di una ripresa dei conflitti interni, con l’istituzione di 31 unità autonome ed indipendenti nelle varie province – ha dato il via a una strategia che gli analisti hanno definito “blind, deplete, overwhelm” (accecare, esaurire, sopraffare): “accecare” i centri di comando e controllo ed i radar dei nemici – è il caso ad esempio della distruzione del radar americano FPS132 in Qatar – utilizzando sciami di droni e missili di vecchia produzione ancora all’interno dello stock di Teheran; “esaurire” (sempre mediante armi offensive relativamente economiche) o puntare all’esaurimento dei costosissimi (dai due ai quindici milioni a lancio) missili intercettori della coalizione americana, producendo quindi danni da miliardi di dollari ma spendendone poche decine di migliaia (un drone Shahed costa 20mila dollari, il radar FPS132 che è stato colpito da esso costa 1,1 miliardi); “sopraffare” queste affaticate e numericamente limitate difese con missili più avanzati, come quelli ipersonici.
La logica di questa condotta, nonché l’obiettivo dell’Iran, è legato essenzialmente ad una parola: i costi. Teheran vuole da un lato – ed in senso lato – estendere i costi della propria irriducibilità di fronte ad una aggressione all’intera regione, animata da alleati di diverso grado di Washington; dall’altro, vuole imporre dei costi bellici insostenibili non solo a Israele e Stati Uniti, ma anche, in un primo momento, agli alleati del Golfo, vista loro cronica dipendenza dal petrolio e – è il caso ad esempio degli Emirati Arabi Uniti, il cui aeroporto di Dubai, colpito, è quello col maggiore traffico internazionale – dal commercio internazionale, ed in un secondo anche all’Europa stessa, che da un interruzione dei traffici che passano per lo stretto di Hormuz ha soltanto da perdere, così come da attacchi a basi come quella francese in Qatar o quella britannica a Cipro.
È di ieri mattina un aumento del 10% in poche ore del prezzo del barile, mentre i prezzi dei premi assicurativi delle navi commerciali e delle petroliere schizza alle stelle, e di ieri pomeriggio la notizia dell’interruzione nella produzione di Gas Naturale Liquefatto da parte del Qatar.
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