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Iran, l’uccisione di Khamenei porta incertezza e il rischio di maggiore radicalizzazione: era lui l’argine allo sviluppo dell’atomica

Esiste un malinteso alla base dell’uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei. Deriva dall’approssimazione con cui è stato descritto il sistema della Repubblica islamica nel tentativo di rimarcarne gli aspetti illiberali ed oscurantisti. A lungo è sembrata una questione semantica, che di volta in volta produceva definizioni binarie ed opposte barricate: l’Iran è una dittatura o no? E se è una dittatura, chi è il capo? Le risposte a queste domande hanno finito per generare approcci sempre più massimalisti e polarizzati, nonché, da ultimo, la decisione di assassinare Khamenei, nella convinzione americana che per far crollare un sistema si debba “decapitarlo”.

L’Iran, tuttavia, non è la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam Hussein, e neanche il Bahrein o l’Arabia Saudita: sistemi che con diverse matrici sono o erano costruiti su impalcature verticali, verticistiche, del tutto o in buona parte dipendenti dalla figura del leader o della famiglia regnante. Sebbene la semantica – la “Guida Suprema” – suggerisca il contrario, l’Iran dal 1979 non ha mai somigliato ad alcuno di questi sistemi: non perché sia più o meno democratico – di sicuro conta un maggior numero di organi elettivi, centri di potere, istituti repubblicani, una maggiore partecipazione al voto, una conflittualità politico-parlamentare del tutto assente nei sistemi citati – ma perché concepita in opposizione netta ad uno di essi (la monarchia dinastica dei Pahlavi) e costruita per sopravvivere alla morte di uno o più suoi leader, anche grazie all’alto grado di istituzionalizzazione ideologica e di decentramento, oltre che alla costante crescita dei Pasdaran stessi.

Per motivi diversi, di entrambe le sue Guide Supreme – Khomeini e Khamenei – ci si attendeva da tempo la fine: l’87enne ayatollah appena ucciso, secondo fonti iraniane, aveva anche rifiutato il trasferimento in un luogo sicuro nelle ore precedenti all’attacco, accettando il proprio martirio che aveva d’altronde preparato già lo scorso 22 febbraio, quando avrebbe lasciato il suo testamento ai suoi collaboratori. Poche settimane fa era persino apparso in pubblico, nella preghiera del venerdì, in una moschea di Teheran. Era inoltre malato di cancro alla prostata.

Khamenei, che secondo la Costituzione iraniana (modificata per poterlo eleggere nel 1989) aveva l’ultima parola su tutta una serie di questioni, non governava come un sovrano assoluto ma come un “primus inter pares“, un arbitro, animato dalla necessità di tenere insieme una serie di centri di potere intermedi, spesso conflittuali, e di mantenere stabile la fiducia nei suoi confronti sia da parte dei più alti quadri dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc) che dell’Assemblea degli Esperti.

La sua eliminazione, in principio, potrebbe aver “ucciso” anche la sua fatwa contro le armi nucleari, cioè il principale ostacolo al loro sviluppo, che negli ultimi anni una parte dell’arena politica iraniana ha invece caldeggiato, in un’ottica di deterrenza che col senno del poi si è dimostrata razionale.

Non ha diminuito la capacità iraniana di rispondere agli attacchi, che anzi sembra esser stata sollecitata ulteriormente, entrando nella sua terza fase: lo si vede in diversi paesi del Golfo colpiti dal fuoco iraniano, scatenato senza la sua autorizzazione, grazie al forte decentramento decisionale che l’Irgc ha impostato in questi ultimi mesi, col rafforzamento dell’autonomia dei distaccamenti provinciali, in grado di mobilitarsi senza autorizzazione centrale, nonché di permettere anche ad ufficiali di grado minore di prendere decisioni operative.

Khamenei non era la “testa” del rettile: era in un certo senso la sua coda, senza la quale il corpo continua a muoversi, e rispondere in modo quasi automatizzato agli attacchi, senza il bisogno di ricevere l’ok della catena di comando centrale e senza nessuno che possa decidere quando fermarsi. La fine della Guida Suprema, sebbene abbia visto manifestazioni di giubilo di una parte della società iraniana, non sembra aver provocato un collasso, un vuoto da riempire in una chiave trasformativa. Non vi sono prove della frammentazione della leadership perché, come ricorda l’analista Danny Citrinowicz, la Repubblica islamica è strutturata con “ridondanza istituzionale”, cioè con organi di sicurezza su più livelli e un apparato coercitivo molto radicato, nonché assai coeso, nel quale non si conta di fatto alcuna defezione rilevante.

L’offensiva americana può degradare, persino distruggere una buona parte degli armamenti iraniani, specie se disposta a protrarsi oltre le 5 settimane annunciate da Trump. Non può però implementare alcuna trasformazione politica in uno Stato di questo tipo, meno che mai in assenza di una opposizione interna organizzata e animata da una comune idea di futuro. Le trasformazioni politiche non si cibano di armi ma di alternative, di idee e del loro radicamento presso la società, oltre che della postura dell’esercito verso il cambiamento stesso.

Può però favorire l’avvento di variabili ignote all’interno degli apparati di potere della Repubblica islamica, se si pensa ad esempio alla possibile ascesa di figure militari dell’Irgc che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono necessariamente più “laici” o più progressisti di certi religiosi iraniani dal punto di vista interno, così come in alcun modo assicurano che l’Iran adotti una postura internazionale più “moderata” agli occhi dei suoi attuali nemici. Non è mai esistita, in Iran, una vera contrapposizione tra “militari” e “religiosi”. Non ha mai avuto fondamento l’equazione tra maggiore conservatorismo sociale e maggiore radicalismo internazionale o l’idea che i religiosi siano più conservatori dei militari sulle questioni sociali e di riflesso che i militari siano più “militaristi” dei religiosi. I due aspetti – oscurantismo interno e oltranzismo regionale – sono slegati e nuotano in un mare di posizioni intermedie, irregolari, a volte contraddittorie.

Khamenei ha ottenuto la fine che voleva, assurgendo a “martire” presso milioni di sciiti (in Iran, ma anche e soprattutto in Libano, Yemen, Iraq, Bahrein, Pakistan ed India). La sua morte potrebbe poi aver spostato dalla parte del regime un segmento laico, ostile al sistema ma nazionalista della società iraniana. E il sistema, con la sua morte, ha potuto accelerare il suo decentramento decisionale e operativo che risulta particolarmente opportuno proprio in tempi di guerra: specie se l’obiettivo non è quello utopico di sconfiggere il nemico ma quello di sopravvivere e di imporre costi sempre più alti all’avventurismo di quest’ultimo.

L'articolo Iran, l’uccisione di Khamenei porta incertezza e il rischio di maggiore radicalizzazione: era lui l’argine allo sviluppo dell’atomica proviene da Il Fatto Quotidiano.



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