Orme sospette di lupo sulla Paraj Auta: «Ecco cosa fare in caso di incontro»
PAVONE CANAVESE. Nella boscaglia della Paraj Auta, la lingua rocciosa che separa Pavone da Ivrea, le orme compaiono nel fango non distanti dal centro abitato e dal parco commerciale del Bennet. Quattro dita, il cuscinetto ben marcato, la grandezza paragonabile a quella di una scarpa da trekking: abbastanza per pensare a un lupo, troppo poco per esserne certi. «Bisogna fare una premessa molto chiara – mettono subito in evidenza gli esperti della Città metropolitana di Torino – l’impronta del lupo e quella di un cane di grossa taglia, tipo un pastore tedesco, sono praticamente uguali». «Dalla singola impronta, o da poche impronte, non è possibile distinguere chi è passato: lupo o cane». Per capirlo, bisognerebbe «seguire la pista per almeno 500 metri, un chilometro», osservando andamento del passo, regolarità delle orme, eventuali segni di alimentazione lungo il percorso. Condizione poco realistica sul fango discontinuo di una collina urbana come la Paraj Auta. Se le foto da sole non bastano è però il contesto a rendere l’ipotesi lupo tutt’altro che fantasiosa.
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«Le orme della Paraj Auta restano “compatibili con un grande canide”, in un territorio dove il lupo è oggi una presenza possibile e documentata»: il Canavese di bassa quota è ormai dentro la mappa del “grande predatore”; il lupo è tornato in provincia di Torino alla fine degli anni Novanta, con la prima riproduzione in Val di Susa nel 1997, e da allora la porzione di territorio occupata dai branchi è cresciuta. «Prima ha occupato tutta la zona alpina e montana, ora si sta spingendo in pianura: ha raggiunto la collina di Torino e non è affatto una novità trovarlo in contesti che a noi sembrano strani». In più il lupo è un animale estremamente adattabile: «Vive dalle spiagge di Grosseto alle Alpi, senza problemi». In quest’ottica, le orme sulla collina tra Pavone e Ivrea si inseriscono in una geografia più ampia: avvistamenti diretti vengono segnalati da tempo in Valchiusella, nel territorio di Pont Canavese, nell’area di San Giorgio e Strambino, con foto e video anche molto recenti che rimbalzano regolarmente sui social. Cosa che trova una spiegazione nel fenomeno della dispersione degli esemplari giovani. «Il lupo è un animale molto mobile. Quando i cuccioli, che vivono nel branco con i genitori, diventano quasi adulti, intorno all’anno e mezzo, hanno due possibilità: restare e aiutare a crescere i nuovi piccoli, oppure andarsene. Ecco allora che quando vanno in dispersione possono percorrere centinaia di chilometri da soli». In questi movimenti di esplorazione, possono attraversare pianure, periferie urbane, spesso di notte o all’alba, senza essere quasi mai notati. «Può succedere che un animale venga visto un giorno in una zona, come tra Pavone e Ivrea, e poi non lo si veda più: era solo di passaggio, non significa che si sia stabilito lì». La fotografia della diffusione del lupo rimanda al progetto Life WolfAlps Eu a cui lavora Città metropolitana di Torino, che ha prodotto l’ultimo grande report sulla popolazione alpina relativo alla stagione 2023-24 e di cui è prossima la pubblicazione riguardante l’inverno 2025-26. Il monitoraggio usa fototrappole, raccolta sistematica di segni di presenza (orme, escrementi, predazioni), analisi genetiche sui campioni per identificare branchi e individui. Ora, se le orme non bastano a fare una sentenza, bastano però a suggerire una domanda pratica: come ci si comporta in caso di incontro? «Innanzitutto ci si ferma e si resta calmi. Non bisogna correre, perché correre attiva nel lupo, come in un cane, il meccanismo predatorio e lo spinge a rincorrere. Si deve arretrare lentamente, senza voltare le spalle, parlando a voce normale».