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Murgia dà ancora “Lezioni sull’odio”. Come se non ne avessimo già abbastanza

Dopo la recente morte di Quentin Deranque, 23 anni, attivista della destra francese ucciso da un gruppo di militanti di estrema sinistra che ha scaricato su di lui tutta la violenza e il disprezzo di cui erano capaci, non sentivamo davvero il bisogno di un’ennesima lezione di odio, se non altro perché abbiamo potuto a sufficienza “saggiarne” l’azione e piangerne i risvolti.
Eppure è arrivato in libreria un corso accelerato, grazie al libro edito da Einaudi “Lezioni sull’ odio” all’interno del quale sono racchiuse le tre lezioni che Michela Murgia tenne all’Università di Aristan nel 2012 proprio su questo argomento.
E’ strabiliante, questo le va riconosciuto, la capacità che la scrittrice sarda ha sempre avuto di mettere su carta concetti fortemente opinabili conferendogli però una forma effervescente, divertente, a modo suo anche credibile.

Libro tra i serio e il faceto che esalta l’odio come sentimento più virtuoso di tutti

Ma il contenuto del libro resta quello che è: un agglomerato di aneddoti tra il serio e il faceto, giochi di parole, citazioni bibliche e letterarie che tenta non tanto di restituire uno spazio di legittimità emozionale e sociale all’odio (sul quale si potrebbe facilmente concordare), quanto quello di attribuirgli il podio di sentimento più virtuoso degli altri.

L’odio ‘agito’

A differenza della rabbia (roba “da cani”) o dell’amore (alla meglio definito “superficiale” ma poi declinato nel suo risvolto più oscuro e cioè come “attenuante” delle peggiori violenze), l’odio per Murgia è un sentimento che “dura” nel tempo, “edifica” e “corrobora”, una forza che arriva dal di dentro e che appartiene a tutti, lo si ammetta oppure no. Se ne osservano i tratti più inquietanti, che la scrittrice esalta, non tanto nella disamina dell’odio pensato e parlato ma in quello che Murgia definisce odio “agito”, che necessita di “pianificazione”, “intelligenza” e che “gradisce un bersaglio”. Un odio, quindi, organizzato e non cieco, che si collochi lontano dall’istinto.

Murgia descrive la veste ma non spiega i passaggi interiori

Purtuttavia Murgia si limita a descriverne la veste migliore, senza spiegare quali siano i passaggi interiori e razionali che allontanerebbero da risvolti di tutt’altra fattispecie, né chi sia precisamente il “bersaglio” di questo odio. E quando il curatore del libro, Alessandro Giammei, specifica che “l’odio coltivato da Michela Murgia è quello di chi è oppresso nei confronti del proprio oppressore”, senza specificare chi sia il primo e chi il secondo, viene da chiedersi se non si riproponga la storia, trita e ritrita, per la quale una certa dose d’odio sia si concessa, ma solo ai “cattivi” che dicono loro.

L’importanza di dare un nome alle cose, ma non a tutte

Certo una lezione centrata su di un termine specifico non può sottrarsi dall’individuarne il significato letterale; la parola presa in esame, odio, viene descritta sui vocabolari come “un sentimento di forte e persistente avversione per cui si desidera il male o la rovina altrui”. E’ leggendo questa definizione che viene il sospetto che la scrittrice abbia confuso il termine odio con altri, simili, ma non uguali: chiama odio ciò che si prova quando il vicino ci ruba il parcheggio, o quando viene conferita una promozione ad un nostro collega; chiama odio persino il sentimento di “fastidio” nei confronti di persone che stimiamo e che reputiamo migliori e più buoni di noi.

Questioni terminologiche

Dare un nome alle cose è importante e siamo d’accordo, ma è importante dargli quello giusto, poiché il sentimento che proviamo nei confronti di qualcuno che sporadicamente ci fa arrabbiare, o che percepiamo come modello di inarrivabile perfezione non può essere lo stesso che proviamo nei confronti di chi consideriamo un vero e proprio nemico, cioè una persona a noi palesemente avversa, che ci ha fatto un male che addirittura vogliamo restituire. Se invece quello che proviamo è davvero questo, e cioè un livellamento dei sentimenti che ci spinge a dare a tutto ciò che proviamo il nome di odio, forse il problema non è terminologico e nemmeno di contenuto, ma del contenitore ( e cioè della persona).

Poi ci sono le eccezioni

C’è poi da chiedersi perché dare un nome alle cose sia importante ma non sempre. Scriveva proprio Michela Murgia nel libro “Dare la vita” (Rizzoli, 2024): “Non necessariamente noi persone queer “dobbiamo dirci gay”, per esempio, o bisessuali, né trovare un’altra definizione permanente nello spettro della sessualità e dell’amore né normativo né binario, per poter esistere nella soglia salvifica e sempre un po’ selvatica della queerness. La nostra stessa esistenza è legata al rifiuto di qualsiasi definizione che non sia praticata attraverso la non-definizione, il dubbio, la domanda. Questo non significa vivere in negazione; significa invece accettare che l’indeterminatezza, quando è programmatica e vissuta in riflessiva condivisione, sia una condizione di libertà”.
Insomma, l’odio va chiamato per nome anche quando c’è il rischio che non lo sia, per altre faccende, come ad esempio l’identità sessuale, una definizione precisa tutto sommato non serve, anzi, rischia addirittura di essere sintomo di oppressione.

Murgia, ancora contro le mamme e la famiglia

Quello che di sicuro non manca di ricordarci questo volume è la visione e la considerazione che Michela Murgia aveva della famiglia e del ruolo di madre. In un passaggio del libro, la scrittrice racconta della tradizione celtica di dare un doppio nome alle persone: uno pubblico ad uso di tutti e uno più intimo, riservato all’ambito familiare. “Un po’ sciocchi questi Celti, direi” – commenta – “visto che i familiari, nella maggior parte dei casi, sono le persone al mondo che ci odiano di più”. E anche se lascia il discorso in sospeso, non essendo la famiglia l’argomento principale del libro, dedica qualche pagina all’amore materno, usando parole non certo lusinghiere: “L’amore sensuale ha il vantaggio innegabile che, oltre a essere facoltativo c’è la speranza che prima o poi finisca. L’amore di una madre non finirà mai e vi presenterà il conto in molte forme perniciose in tutte le fasi della vostra esistenza”.

Madre presente considerata peggio di una invalidità

E prosegue poco dopo: “Solitudini di una vita intera, complessi di inadeguatezza patologica, disturbi del comportamento sociale, devianze del desiderio sessuale, incapacità cronica di assumersi responsabilità, di credere in sé, sensi di colpa divoranti, dipendenza da alcol, stupefacenti, psicofarmaci… Non sono solo cinquanta le sfumature di sofferenza passeggera o incurabile che una madre può causarvi per amore. Se non ci pensasse già la natura di suo, il più bel malaugurio da fare a un nemico non sarebbe quello di sperare per lui un’invalidità permanente, ma una madre molto, molto presente che, per certi versi, è un po’ la stessa cosa”.

Per fortuna l’odio non è un obbligo né un destino

Lette queste affermazioni verrebbe da chiedersi se non sarebbe legittimo odiare questo libro e quello spicchio di visione del mondo scritta sopra. Ma poi ci si ricorda che proprio perché l’odio è un sentimento come l’amore, la rabbia o la gioia, trova spazio solo se accettiamo di darglielo, non è un obbligo né un destino. E quindi no, questo libro non lo odiamo, può bastarci dire che tutto sommato non ci è piaciuto per niente.

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