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«Dietro il tricolore nel cielo c’è molto più di una manovra acrobatica. C’è l’Italia». Parla il generale Urbano

Era il 1° marzo 1961 quando, sull’aeroporto di Rivolto, nasceva ufficialmente il 313º Gruppo Addestramento Acrobatico dell’Aeronautica Militare, destinato a diventare uno dei simboli più riconoscibili della Repubblica. Oggi, 1° marzo 2026 le Frecce Tricolori celebrano sessantacinque anni di storia.

Le Frecce tricolore oltre le acrobazie: un reparto addestrativo d’élite

La Pattuglia Acrobatica Nazionale, la Pan, non è soltanto una squadra che pennella il tricolore nel cielo. È un reparto operativo, composto da circa cento militari tra ufficiali, sottufficiali e graduati, che utilizza dieci MB 339PAN, nove in formazione e uno solista. È un reparto addestrativo d’élite: i piloti, provenienti da reparti operativi, vi trascorrono alcuni anni perfezionando il volo in formazione stretta, le manovre complesse, il coordinamento avanzato. Poi rientrano nei reparti di provenienza con un bagaglio di competenze che arricchisce l’intera Forza Armata.

Ambasciatrici di eccellenza e valori nazionali

Le Frecce Tricolori rappresentano l’Italia nei principali air show nazionali e internazionali, svolgendo una funzione di ambasciatrici dell’eccellenza aeronautica italiana. Promuovono l’immagine delle Forze Armate, diffondendo valori come disciplina, professionalità, spirito di squadra, capacità tecnologica. Partecipano alle celebrazioni istituzionali, dal 2 giugno agli anniversari più significativi della vita repubblicana, con sorvoli che uniscono idealmente il Paese sotto un’unica scia verde, bianca e rossa. Nulla a che vedere, quindi, con la La Patrouille de France (Paf), la pattuglia acrobatica nazionale francese nata nel 1964, che, in occasione della parata del 14 luglio 2018 a Parigi durante il sorvolo degli Champs-Élysées, fu protagonista di un errore madornale che ancora si ricorda: uno dei nove aerei rilasciò fumo rosso invece del fumo blu previsto, rompendo la sequenza tricolore (blu-bianco-rosso) della bandiera francese e dando luogo a battute da caserma che tutti noi ben immaginiamo.

Un asset strategico di soft power

La Pan italiana, invece, custodisce una tradizione che affonda le radici negli anni Trenta, quando, per iniziativa del colonnello Rino Corso Fougier (che poi diverrà generale e Sottosegretario di Stato al Ministero dell’aeronautica dal ’41 al ’43), dette vita alla “pattuglia folle” e alle prime pattuglie acrobatiche italiane. Nel tempo, la Pan è divenuta un vero asset strategico di soft power nazionale ed è ufficialmente riconosciuta nel mondo come simbolo dello stile italiano e della nostra tradizione militare. Rafforza il legame tra cittadini e Forze Armate, contribuisce alla diplomazia militare attraverso le partecipazioni internazionali e mantiene uno standard addestrativo che ha ricadute positive sull’intera Aeronautica Militare.

A colloquio con il generale Antonio Urbano

In occasione di questo anniversario, noi del Secolo d’Italia abbiamo sentito il Generale di Divisione Aerea in Riserva Antonio Urbano, protagonista di una vita professionale intensa e avventurosa, tra operazioni belliche e missioni di protezione civile. Ufficiale dell’Aeronautica dal 1972, comandante di Tornado durante la Guerra del Golfo, oggi pilota di Canadair, Urbano è anche autore del volume I Trecento della Locusta. Le storie non raccontate, edito da L’Armadillo Editore per l’Aeronautica Militare nel 2025. Il libro ripercorre i sei mesi tra settembre 1990 e marzo 1991, nel contesto dell’Operazione Locusta durante la Guerra del Golfo, primo impegno bellico dell’Aeronautica Militare dopo la Seconda Guerra Mondiale, offrendo una ricostruzione dall’interno, organizzativa, operativa e profondamente umana.

Generale Urbano, lei ha avuto un rapporto diretto con le Frecce Tricolori. Quando nasce questo legame?

«Dopo circa tre anni di servizio nel 155° Gruppo Cacciabombardieri “Pantere Nere”, agli inizi degli anni Ottanta, fui contattato per partecipare alle selezioni di ingresso nella Pan. In quel periodo, però, ero più interessato ad approfondire la mia combat readiness nel ruolo del mio gruppo e a proseguire l’iter addestrativo sull’F104S e successivamente sul Tornado. Scelsi di rimanere nel mio reparto operativo».

Negli anni successivi, però, il suo percorso si è nuovamente intrecciato con quello della Pattuglia.

«Sì. Durante il mio servizio presso l’Ambasciata di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, agli inizi degli anni Novanta, ebbi l’opportunità di inserire per la prima volta nel programma annuale della Pan un tour nei Paesi del Golfo Arabico. Le Frecce si esibirono al Dubai Air Show, a Doha in Qatar e in Kuwait. Fu un evento di grande impatto, che contribuì a superare diffidenze e preoccupazioni ancora presenti dopo il tragico incidente di Ramstein. Da quel momento la Pan è stata spesso ospite in quell’area, con manifestazioni molto apprezzate».

Anche da ufficiale generale ha mantenuto un rapporto diretto con il reparto.

«Nel periodo in cui comandavo a Milano la Brigata, poi Divisione, Cacciabombardieri e Ricognitori, avevo alle mie dipendenze anche il 2° Stormo di Treviso, che inquadrava il 313° Gruppo Pan. In qualità di ufficiale generale in linea gerarchica di comando, ho avuto l’opportunità di trascorrere giornate alla Pan ed effettuare alcuni voli di addestramento con loro. Rientrava nelle mie competenze anche la valutazione e approvazione dei programmi delle manifestazioni. Questo atto formale si svolgeva volando nel sedile posteriore del secondo fanalino, una posizione privilegiata per osservare in diretta la difficoltà di esecuzione, la perfezione, il tempismo nelle manovre e la straordinaria capacità di reazione nel superare i rari imprevisti».

C’è un episodio che ricorda con particolare affetto?

«Durante un rischieramento nei Paesi arabi non erano previsti voli di addestramento, ma solo manifestazioni. Questo mi avrebbe impedito di volare con la Pan. Con il comandante di Gruppo, con cui avevo un grande rapporto di stima reciproca maturato negli anni al reparto operativo, concordammo un volo contro regolamento, infrazione ormai prescritta e non sanzionabile (sorride, ndr). Accadde a Doha. In occasione di un evento serale ricevetti il tradizionale attestato che viene consegnato a chi ha volato con la Pan. Per evitare possibili sanzioni disciplinari, era stato redatto in una approssimativa lingua araba. Lo conservo ancora con grande piacere».

Dalla Guerra del Golfo ai Canadair, lei ha vissuto due vite professionali molto diverse.

«Sì, ho iniziato da incendiario e ora sono un pompiere. Dopo aver comandato i Tornado del Reparto Volo Autonomo di Al Dhafra durante Desert Storm, partecipando a dieci missioni come capo formazione, e aver ricevuto l’Ordine Militare d’Italia, ho scelto di continuare a volare con i Canadair della Protezione Civile. Pilotare un Canadair è diverso da un caccia, ma alcune cose sono simili: si vola a bassa quota, con grande responsabilità. In pochi secondi si caricano seimila litri d’acqua con il volo radente, poi si torna sul fuoco guidati dal Dos, il direttore delle operazioni di spegnimento».

Oltre tremila ore di volo sul Canadair, circa duemila missioni, interventi in Italia e all’estero, dalla Russia alla Grecia, passando per Israele, Libia, Portogallo e tante ancora. Se dovesse riassumere il senso di questa lunga carriera?

«Servizio. Che si tratti di difendere un Paese in guerra o di salvare una casa dalle fiamme, cambia il contesto ma non cambia lo spirito. È lo stesso che ho sempre ritrovato anche nelle Frecce Tricolori: disciplina, passione, senso dello Stato. Quando vedi il tricolore nel cielo, capisci che dietro c’è molto più di una manovra acrobatica. C’è l’Italia».

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