Dietrofront sul lavoro agile, perché molte aziende (e pure Palazzo Chigi) richiamano in sede i dipendenti
Sei anni fa. Piena emergenza sanitaria. Il Covid ha costretto le aziende a modificare il modo di lavorare. Lo smart working è diventato la regola e la cucina – o la camera da letto – si è trasformata in ufficio, con il pc portatile sul tavolo. Ora che i tempi della pandemia sono lontani, il lavoro agile sembra convincere sempre meno molti vertici aziendali. Da Stellantis a Ubisoft ad Amazon. E anche Palazzo Chigi. Le motivazioni? Aumentare la produttività o il senso di appartenenza e rafforzare la cultura aziendale. Ma secondo Francesco Seghezzi, sociologo e presidente della Fondazione Adapt, creatura del giuslavorista Marco Biagi, dietro ci sono carenze organizzative: le aziende che ora iniziano a negare il lavoro da remoto “sono quelle rimaste ancorate a logiche di controllo sul dipendente e che, durante il Covid, hanno visto nel lavoro agile solo una riduzione di costi e spazi senza accompagnarlo a un reale cambiamento organizzativo e di paradigma”. Per questo motivo, “ora stanno inevitabilmente tornando indietro”.
Palazzo Chigi: smart working dimezzato, dipendenti verso lo sciopero
A inizio febbraio, nell’ambito del rinnovo del contratto 2019-2021, circa tremila dipendenti di Palazzo Chigi si sono visti dimezzare lo smart working, limitato a un solo giorno a settimana dai due precedenti. Per chi lavora alla Presidenza del Consiglio la scelta è inaccettabile: i lavoratori si sono detti pronti allo sciopero. Due giorni a casa sono un “obiettivo minimo di negoziazione”, hanno scritto in un documento approvato il 10 febbraio.
Ubisoft: rientro obbligatorio 5 giorni su 5
Si è conclusa giovedì 12 febbraio la tre giorni di sciopero dei dipendenti Ubisoft, multinazionale francese dei videogiochi. I circa 110 lavoratori del sito di Assago (Milano) hanno protestato contro la decisione di ritirare il lavoro agile, imponendo il rientro in presenza cinque giorni su cinque. La scelta si inserisce in una ristrutturazione aziendale volta a migliorare le performance, ridurre i costi e superare – spiega il gruppo – una fase finanziaria difficile. “Ci hanno informato di una serie di cambiamenti organizzativi legati a un momento complesso che l’azienda sta attraversando a livello internazionale – spiega Andrea Rosafalco della Fiom Cgil -. Ma molti hanno organizzato la propria vita contando sul lavoro a distanza: c’è chi ha scelto di vivere fuori Milano, chi in altre regioni, perché non può sostenere i costi della città”. La formula mista “massimizza il valore delle professionalità individuali, portando beneficio all’organizzazione”.
Stellantis: addio graduale al “metodo Tavares”
Poco più di una settimana fa è stato l’amministratore delegato Antonio Filosa a comunicare la stretta sul lavoro agile: “Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio”, ha detto durante una riunione del 9 febbraio. Il dietrofront sarà graduale e dovrebbe completarsi nel 2027, coinvolgendo tutti i lavoratori in Italia. Il gruppo conta circa 30mila dipendenti, di cui 10mila attualmente da remoto. Lo smart working rientrava nel cosiddetto “metodo Tavares” (il precedente ad), introdotto durante gli anni del Covid, con la possibilità di lavorare da casa due giorni alla settimana. Dopo le dimissioni dell’ex numero uno, a fine 2024, sono arrivati i cambiamenti organizzativi: già oggi il rientro prevede almeno tre giorni su cinque in presenza. Una modalità che continuerà per tutto il 2026. Dal 2027 solo ufficio.
Amazon, la stretta per “difendere la cultura aziendale”
La decisione è scattata da gennaio 2025. Il motivo? Rafforzare la cultura aziendale, la collaborazione e la produttività. E la misura ha riguardato i dipendenti amministrativi del gruppo con rientro in presenza cinque giorni su cinque. Il ceo Andy Jassy ha parlato della necessità di preservare la “cultura Amazon” perché “il lavoro in presenza è più efficace per innovare e connettere i team”.
“Il lavoro agile resta un elemento di attrattività”
Scelte che vanno inquadrate nei diversi tessuti produttivi nazionale. In Italia “chi lavora stabilmente da remoto costituisce circa il 15% dei lavoratori. E molte imprese non hanno nemmeno mai adottato davvero la possibilità di lavorare in smart working”, quantifica al Fatto.it Seghezzi. Che spiega: “In un contesto di forte concorrenza, lavorare da casa può essere percepito come un legame più debole con l’azienda e la presenza può rafforzare la permanenza dei dipendenti. Ma eliminare del tutto lo smart working rischia di creare malcontento” perché “il lavoro agile resta un elemento di attrattività“. Per questo motivo, conclude, “occorre trovare un equilibrio”.
Produttività e benessere: cosa dicono i dati
Nonostante i cambi di rotta di alcune realtà, i numeri restano significativi. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025, il ricorso al lavoro agile è cresciuto dello 0,6%: circa 3,8 milioni di persone lavorano da remoto.
In termini di efficienza, è la direttrice dell’Osservatorio Fiorella Crespi a fornire i dati. In un suo articolo, aggiornato al 29 gennaio, si legge che le iniziative di lavoro da remoto portano a un miglioramento della produttività tra il 15 e 20% per lavoratore. A questo si aggiunge una riduzione dei costi per spazi fisici e consumi energetici, stimata in circa 200 euro l’anno per postazione. Tra i benefici anche la riduzione dei tempi e dei costi di trasferimento – con due giornate a settimana da remoto si risparmiano circa 80 ore l’anno e circa 900 euro nel 2024 per ogni smart worker -, un miglioramento del work-life balance e un aumento del benessere psicologico e fisico.
Di contro, tra le principali criticità segnalate ci sono senso di isolamento e distacco dall’organizzazione, tecnostress causato dall’uso intensivo e continuativo di strumenti digitali e overworking, ossia la tendenza a lavorare oltra l’orario previsto con un eccessivo dispendio di energie.
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