Bellavia, il consulente di Report interrogato tra fughe di notizie riservate
C’è più di un mistero nel furto dei file dello studio di Gian Gaetano Bellavia, il 71enne commercialista milanese consulente per quattro decenni di molte procure italiane e da una ventina di anni anche di Report, la trasmissione di inchiesta di Rai3. Lo studio di Bellavia e della sua socia Fulvia Ferradini tra la fine del 2024 e i primi mesi del 2025 è stato vittima di un gigantesco furto di dati riservati contenuti nell’archivio, che contenevano anche copie legittime delle sue relazioni per numerose procure, compresi gli allegati, e del quale ha presentato non una ma due denunce alla procura di Milano. Per quel furto il 17 dicembre la Pm Paola Biondolillo della Procura di Milano ha disposto la citazione diretta a giudizio di Valentina Varisco, ex collaboratrice di Bellavia. Secondo Bellavia i documenti ricevuti dalle procure non sono mai stati usati per alcun “dossieraggio”, né per se stesso né per altri né tantomeno per Report. Il consulente ora è indagato per violazione della legge sulla privacy e trattamento illecito di dati: ieri, assistito dal suo legale Luca Ricci, è stato a lungo interrogato dai pm Eugenio Fusco e Paola Biondolillo. Nell’interrogatorio, secondo una nota del suo legale Luca Ricci, Bellavia “ha ricostruito esaurientemente i fatti” e chiarito “la correttezza delle proprie condotte“.
Secondo Ricci, “non vi è stato alcun trattamento indebito di dati personali: nel computer dello studio Bellavia Ferradini, i cui contenuti sono stati illecitamente copiati dall’ex collaboratrice Valentina Varisco, vi sono relazioni di consulenza tecnica su casi complessi e fondate su allegati che – in quanto oggetto del lavoro del commercialista – venivano tenute nell’archivio storico. I professionisti non solo hanno l’obbligo di conservare i fascicoli e i documenti per 10 anni, ma hanno anche pieno diritto di conservare l’archivio storico della propria attività e dei propri scritti”. Inoltre, prosegue Ricci, “sia nel computer di Bellavia che in quello dello studio in uso a Varisco non vi erano assolutamente documenti non restituiti a termine di incarichi giudiziari, perché tutto quello che veniva consegnato allo studio Bellavia per le consulenze tecniche delle indagini, alla fine delle consulenze tecniche veniva poi riconsegnato con verbale alla Procura. Per ciascuna pratica lo studio ha i verbali di consegna e di riconsegna”. Quanto ai documenti oggetto di appropriazione indebita, “sono quelli in formato digitale usati nonché allegati alle relazioni di consulenza e tenuti – in quanto lavori dello studio – nell’archivio storico professionale”. D’altronde, scrive Ricci, “la conservazione dei dati era organizzata per evitare accessi dall’esterno e dall’interno: ma gli illeciti” commessi contro Bellavia “descritti nelle imputazioni” a carico di Varisco sono stati realizzati “proprio dalla collaboratrice” Varisco “che aveva la delega ai sistemi informatici”. Infine, la norma per la quale Bellavia è indagato “prevede che la condotta” contestata al commercialista “sia posta in essere per trarre per sé o per altri profitto o per recare ad altri un danno, circostanza del tutto esclusa, e che dal fatto derivi nocumento, anche questo insussistente”, conclude l’avvocato Ricci secondo il quale nella vicenda che vede Bellavia indagato mancano “gli elementi costitutivi” del reato e “il fatto oggetto di incolpazione non sussiste”.
La ricostruzione di Bellavia e del suo avvocato arriva insomma come una macigno sulle interpretazioni effettuate da Giornale, Tempo, Libero e pure dal Corriere della Sera, secondo le quali Bellavia avrebbe effettuato “dossieraggi”, trattenuto illecitamente materiali delle procure e pure “dati e audio anche non pertinenti ai processi“, utilizzandoli in proprio e cedendoli a Report per le inchieste della squadra di Sigfrido Ranucci. Ricostruzioni sulle quali la destra, e in particolare Maurizio Gasparri di Forza Italia, hanno scatenato una campagna contro la trasmissione di Rai3 accusata insieme a Bellavia di effettuare una “dossieropoli”.
Quello che è certo è che il 17 dicembre Valentina Varisco è stata citata direttamente a giudizio per accesso abusivo a sistema informatico e appropriazione indebita aggravata dalla pm Biondolillo, che però secondo i legali di Bellavia non ha condotto alcuna indagine né ha mai sentito Bellavia, nonostante le sue numerose richieste. L’ex dipendente dello studio Bellavia-Ferradini, che dopo aver lasciato lo studio ha collaborato con agenzie di investigazioni private fondate da ex ufficiali dei servizi, è accusata di essersi introdotta abusivamente nella posta elettronica di Fulvia Ferradini e, tra il 18 giugno e il 25 settembre 2024, nell’archivio informatico (entrambi protetti) per sottrarre oltre un milione di file dello studio per il quale ha lavorato dal 2007 al 26 settembre 2024. Biondolillo accusa Varisco anche di essersi appropriata di due hard disk con 285 gigabyte di dati “costituenti il know how dello studio”. L’udienza è fissata per il prossimo 10 luglio.
Ma su questa vicenda pendono altri interrogativi. Ad esempio: chi ha rivelato al Corriere della Sera l’esistenza di una seconda denuncia sinora segreta presentata alla procura di Milano il 20 novembre scorso da Bellavia e dalla sua socia Ferradini, che a fine maggio 2025 si erano accorti che da un armadio dello studio erano spariti tutti gli hard disk con l’archivio storico sino a maggio 2020? Il 17 dicembre scorso la pm Biondolillo, ritenendola indeterminata, ha chiesto l’archiviazione di questa seconda denuncia che non è mai stata rivelata da Bellavia o dall’avvocato Ricci. Contro la richiesta di archiviazione Bellavia ha presentato opposizione ed è in attesa della decisione di un Gip. Ma oggi il Corriere riporta ampi stralci di quel documento, scrivendo di “nuovi e ancor più vertiginosi numeri sfornati da Bellavia non nel comunicato, ma nel momento in cui taccia Varisco d’aver trafugato dallo studio anche una massa di dati 25 volte più grande (del volume duplicato nel 2024) in alcuni hard disk fisici dove Bellavia riversava il back-up di 41 anni d’archivio sui pc via via ammodernati sino a maggio 2020: 10 milioni di files, 290 relazioni di 50.000 pagine, 106 pratiche giudiziarie con 630.000 allegati e 77.000 mail“.
E ancora: chi ha rivelato sempre al Corriere, prima dell’invito a comparire datato 13 gennaio, che Bellavia era indagato? Come è riuscito il solito Corriere a conoscere in diretta i contenuti dell’interrogatorio di ieri di Bellavia, riportandoli estesamente già oggi? Chi sin dal 2 gennaio ha svelato al Corriere la prima denuncia di Bellavia contro Varisco e pure l’esistenza di un appunto di 36 pagine di comunicazioni tra Bellavia e i suoi avvocati? Perché quell’appunto è stato inserito nel fascicolo su Varisco senza timbri, senza firme di chi lo ha depositato né canali di ricezione o alcun appunto utile?
Ma soprattutto: come ha fatto il Corriere il 19 gennaio a sintetizzare stralci di almeno tre email riservatissime inviate tra giugno e il 23 luglio 2025 da Bellavia e Ferradini al loro avvocato di allora, Gian Luigi Tizzoni? Bellavia e Tizzoni assicurano che i contenuti di quelle email tra le vittime del furto di dati e il loro legale sono sempre rimasti riservati e non sono mai stati trasmessi alla procura. Dunque chi e come ne è venuto a conoscenza? Chi le ha trasmesse al Corriere? Se c’è il boomerang di cui scrive oggi il Corriere, forse non l’ha lanciato Bellavia denunciando il furto di cui è stato vittima ma chi cerca di colpire lui e tramite lui anche Report.
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