Decreto bollette, l’esperto: “Pessimo sussidiare chi inquina. Chiedere sacrifici a centrali a gas e vecchi impianti da fonti rinnovabili che godono di rendite”
Il decreto Bollette atteso da mesi approda oggi in consiglio dei ministri, ma martedì pomeriggio i tecnici del ministero dell’Ambiente erano ancora al lavoro con Palazzo Chigi per limare il testo definitivo. Basta questo per capire quanto complicato si stia rivelando per il governo Meloni intervenire per ridurre gli esborsi di famiglie e imprese senza scontentare i tanti interessi in gioco e senza rischiare una bocciatura della Commissione europea su uno dei punti chiave del provvedimento, l’eliminazione della tassa europea sulle emissioni a carico dei produttori di elettricità da gas. Mossa “terribile” secondo Michele Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del think tank indipendente sulla transizione energetica ECCO.
Domanda. Partiamo dal problema di fondo: perché in Italia i prezzi dell’elettricità sono ben superiori rispetto alla media Ue?
Risposta. Soprattutto perché per produrre quell’energia usiamo molto più degli altri il gas. L’anno scorso abbiamo prodotto da rinnovabili il 41% dell’energia: stiamo rimanendo indietro rispetto a Germania, Spagna, Gran Bretagna. Sia questo governo sia i precedenti hanno deciso di mantenere il gas come fonte strategica per l’approvvigionamento energetico. Oggi, con gli Usa diventati protagonisti del mercato globale come principali esportatori di gnl via nave, questo è molto rischioso – Donald Trump può usarlo come arma – ed è costoso. Il mercato dell’elettricità, come tutti i mercati, funziona con il sistema del prezzo marginale, in cui il costo finale è determinato dalla fonte più costosa: quindi, se non riesci a rinunciare a una fonte costosa, il prezzo finale si fa su quella.
Per rimediare ha senso, al netto dell’incognita sul via libera europeo, rimborsare le aziende per le quote di emissione previste dal sistema europeo Ets, che puntano a far pagare chi inquina?
L’articolo 5 della bozza di decreto, che prevede quel sussidio, è pessimo: disincentiva i produttori dal diventare più efficienti sulla base della speranza che il sussidio si traduca in offerte più convenienti. Un’idea estremamente ingenua, tanto più che il governo è perfettamente consapevole che il mercato non è pienamente competitivo. Non a caso mette le mani avanti scrivendo che se il risparmio in bolletta non si vedrà le aziende saranno in qualche modo punite. Assurdo poi che il rimborso valga per tutte le ore del giorno, non solo quelle marginali in cui il gas è effettivamente la fonte più costosa. Sono convinto che nella versione finale del decreto la norma sarà cambiata. Ma, considerato che dovrebbe entrare in vigore nel 2027, potrebbe anche essere solo un segnale di posizionamento nel dibattito europeo sull’Emission trading system, con l’obiettivo di minare uno strumento di incentivo alla transizione che ha funzionato e viene copiato da altri paesi.
Quali altre strade ci sono per “disaccoppiare” il prezzo dell’elettricità da quello del gas?
La soluzione è ridurre il numero di ore in cui le centrali a gas sono necessarie, ad esempio installando sistemi di accumulo. Così, durante le ore di picco, non avremo bisogno del gas. Ma per farlo è fondamentale sensibilizzare i consumatori a gestire la domanda in modo da ridurre i costi. Il mercato del nord Europa ha già implementato il demand response, mentre in Italia non c’è l’obbligo di offrire tariffe dinamiche.
In concreto come dovrebbe comportarsi il consumatore?
Immaginiamo una casa con un qualsiasi sistema che accumula energia termica (ad esempio scaldabagni con timer): potrebbe immagazzinare energia durante le ore di alta produzione di energia rinnovabile per utilizzarla più tardi. Idem per il raffrescamento o riscaldamento di un palazzo di uffici dotato di pompe di calore: il concetto è quello di trattenere l’energia e sfruttarla quando prenderla dal sistema costa di più.
Come valuta la spinta prevista dalla bozza del decreto ai Power Purchase Agreement, i contratti a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile?
Va nella direzione giusta, ma riguarda solo le aziende. Invece sarebbe un’opportunità da offrire anche ai clienti domestici. Se un fornitore mi dicesse che compra solo energia da fonti eoliche e fotovoltaiche e mi fa pagare solo i costi fissi e lo stoccaggio, sarebbe conveniente: pagherei un prezzo competitivo e sarei protetto dalla volatilità del gas. Oggi il Gse approvvigiona energia da impianti fotovoltaici a 50 euro a megawattora, anche aggiungendo le batterie il costo finale si fermerebbe a 70-80 euro contro una media di mercato superiore ai 100.
Quella soluzione però scontenta la Lombardia leghista, che ha fatto un accordo con i produttori da idroelettrico: niente messa a gara delle concessioni in cambio della cessione di una quota di elettricità scontata alle aziende energivore della Regione.
Quegli impianti idroelettrici si sono già ripagati e godono di grosse rendite: non fare le gare è una scelta politica sbagliata.
In generale il meccanismo del prezzo marginale fa sì che tutte le società produttrici di energia da rinnovabili godano di una rendita, che il decreto ridurrebbe. Quel vantaggio è ancora giustificato dalla necessità di incoraggiare gli investimenti in fonti diverse dal gas?
In realtà il trattamento economico delle rinnovabili dipende dal tipo di impianto. Quelli che hanno usufruito dei conti energia (come l’idroelettrico o quelli più vecchi) hanno effettivamente una rendita significativa ed è giusto chiedere loro un sacrificio, tanto più se sono protetti dalla concorrenza. Gli impianti moderni, che hanno partecipato alle aste FER, prendono un prezzo minimo garantito e devono restituire la differenza tra il prezzo di mercato e quello minimo. Quindi, non parlerei di rendita.
Ma in cima alla lista di quelli a cui chiedere sacrifici ci sono gli impianti a gas: oltre agli alti prezzi di mercato dovuti anche a comportamenti non sempre competitivi, si avvantaggiano del cosiddetto capacity market (una remunerazione per la sola disponibilità a entrare in funzione in caso di bisogno, ndr), che pesa sulle bollette. Basti dire che ‘Italia ha deciso di mantenere 50 GW di potenza efficiente a gas, assolutamente sovradimensionata.
Per i consumatori vulnerabili il governo intende varare un nuovo bonus sociale straordinario di 90 euro: andrebbe ai nuclei con Isee fino a 25.000 euro, aggiungendosi a quello ordinario riservato a chi ha un Isee sotto i 9.796 euro. Ma i produttori lo concederanno su base volontaria…
Il bonus ordinario è stato ben disegnato, perché non è uno sconto ma un contributo monetario a chi si trova in potenziale povertà energetica. E’ una logica intelligente. Dare uno sconto, al contrario favorisce chi consuma di più. Ma che senso ha fare una legge in cui si ipotizza un aiuto volontario? Chi lo dispone? Il governo azionista di maggioranza di Enel? E chi non provvede cosa rischia? Se ci sono famiglie che non ce la fanno, molto meglio incrementare il bonus ordinario.
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