La casa green fa esplodere gli affitti
Le nostre case non sono più al sicuro. Ne sanno qualcosa i francesi, che da un anno fanno i conti con gli effetti della norma, in linea con i diktat verdi dell’Europa, con cui è stato loro proibito di dare in affitto abitazioni in classe energetica G. La meno efficiente, quella che innesca l’anatema ambientalista. La legge vide la luce nel 2021 e, da quel dì, è stata sottoposta a una serie di modifiche. Nella sua versione definitiva, è entrata in vigore a gennaio 2025. Si applica ai nuovi contratti di locazione ma pure ai rinnovi, anche taciti, dei contratti già in essere. Con la scusa della «résilience», la parolina magica che puzza di fregatura almeno da quando è diventata, in era Covid, uno slogan martellante, i governi che si sono susseguiti sotto la presidenza di Emmanuel Macron hanno randellato i proprietari di immobili.
Pazienza se la realtà li assolve dallo psico-reato di inquinamento della Terra. I data center irlandesi, per dire, consumano più di tutte le case del Paese messe insieme. Ma alla faccia dalle evidenze, la crociata ecologica francese è destinata a colpire sempre più cittadini: dal 2028, le regole si estenderanno alla classe energetica F; dal 2034, addirittura, anche alla classe E. Nel frattempo, la direttiva transalpina ha già prodotto conseguenze concrete. E nessuna di esse avvantaggia la gente comune.
Togliere dal mercato 1,8 milioni di residenze, che diventeranno 4,8 tra due anni, in una condizione di elevata domanda, significa per forza provocare un aumento dei canoni. Il fenomeno incide in maniera ancora più accentuata nelle metropoli, ambite ma pure dotate del parco immobiliare meno aggiornato: a Parigi, per esempio, il 15 per cento delle case in affitto è stato messo al bando dalle regolamentazioni green. Per avere un’idea del problema, è sufficiente attingere ai dati elaborati dalla Global property guide per il 2025: nella Ville Lumière, l’incremento dei prezzi rispetto all’anno precedente, riscontrato a pochi mesi dall’attivazione della tagliola, è stato pari al 3,7 per cento. E il 25-35 per cento del rincaro risultava attribuibile alla mannaia green. A Lione, si è arrivati al +5,6 per cento, con un contributo del 25-30 per cento riconducibile alla normativa ambientalista. A Marsiglia, i canoni sono saliti del 6,7 per cento, balzo dovuto per il 30-40 per cento alle nuove regole, che spiegano il 25-35 per cento degli aumenti di Tolosa (+7,6), il 30-40 per cento di quelli di Bordeaux (+10) e il 20-30 per cento del +5, 7 di Nantes.
Nella capitale, in questo inizio di 2026, i costi medi si aggirano tra i 790 euro al mese per un monolocale e i 1.200 per un bilocale, con una crescita per l’anno stimata tra l’1 e il 3 per cento, almeno secondo le proiezioni di Investropa. Dunque, la traduzione in francese della transizione imposta dalla prima Commissione di Ursula von der Leyen, specie su pressione del suo allora numero due, il socialdemocratico olandese Frans Timmermans, benché in parte attenuata all’inizio del secondo mandato della tedesca, si è ripercossa in primis sugli utenti deboli: le persone in cerca di un tetto in una delle grandi città, dove in tanti devono trasferirsi per studiare o lavorare.
Ma è giusto pensare pure ai diritti dei locatori, che hanno perso una legittima fonte di reddito. E se non hanno le disponibilità per ristrutturare, nonostante i vari incentivi statali (Iva agevolata al 5,5 per cento anziché al 20, sovvenzioni per uscire dal «passoire thermique», prestiti a tasso zero fino a 50 mila euro), per loro si complica anche la seconda opzione: liberarsi di un bene che l’ideologia ha trasformato in una zavorra. Vendere il frutto dei sacrifici di una vita. Già nel 2024, come aveva segnalato The Connexion, il valore degli immobili in classe G, anticipando l’imminente scure legislativa, era calato del 25 per cento rispetto a quello degli immobili in classe D.
Ora, esplorato il tunnel degli orrori francese, sorge una domanda legittima: cosa devono aspettarsi gli italiani? Dai vicini ci è arrivata la fotografia di quello che sarà il nostro domani? La direttiva Ue è stata leggermente ammorbidita a paragone dell’impianto iniziale. Con poche eccezioni (tipo gli edifici antichi dei centri storici), la mania di Timmermans e compagni avrebbe reso necessario a ogni famiglia del Belpaese sborsare una somma astronomica: tra i 35 mila e i 60 mila euro per gli adeguamenti energetici. E con scadenze ravvicinate. Per gli edifici residenziali, stando alle linee guida ufficiali, gli obblighi sono adesso più sfumati: Bruxelles chiede agli Stati membri di adottare misure che consentano di ridurre i consumi del 16 per cento entro il 2030 e del 20-22 entro il 2035, allorché toccherà eliminare i combustibili fossili usati per il riscaldamento. Stando ai programmi, il sol dell’avvenire a zero emissioni dovrebbe sorgere nel 2050. Sul tavolo del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, c’è comunque una bella gatta da pelare: il 45,3 per cento dei palazzi, in Italia, è collocato in classe F o G. Per capire l’ordine di grandezza: in Francia, quei numeri impressionanti che abbiamo sciorinato sopra (4,8 milioni di edifici sotto la spada di Damocle verde) fanno riferimento al 14,4 per cento del parco abitativo complessivo. Ci vuole poco a immaginare l’entità del salasso, visto che la quota di costruzioni da adeguare pesa per il triplo sul totale degli immobili.
Fino ad oggi ci siamo salvati dalle misure draconiane adottate al di là delle Alpi, però la nostra situazione di partenza è ben peggiore di quella dei cugini. Lo dimostrano, in fondo, i risultati del Superbonus: 123 miliardi investiti per sistemare poco più del 4 per cento del patrimonio edilizio residenziale nazionale. In nome della sostenibilità ambientale, è stata messa a repentaglio quella del bilancio pubblico. E l’avanzamento conseguito è stato risicato. Con l’aggravante che gli aiuti hanno avvantaggiato i benestanti: in media, chi ha goduto degli incentivi aveva 52 mila euro di reddito annuo.
Entro il 29 maggio, Roma dovrà presentare il suo piano per mettere in atto le prescrizioni dell’Unione. Si cercherà di confermare i crediti d’imposta e di assicurarsi un monte congruo di fondi europei. Ma è difficile pensare che, per i proprietari, l’eurobalzo in avanti sarà a costo zero. Certo, da noi non governa Macron. E manco il Pd. Intanto, però, come aveva registrato Crif real estate a giugno 2025, il deprezzamento di un immobile in classe energetica bassa è già arrivato al 34 per cento. Era il vecchio sogno della Commissione, espresso in innumerevoli raccomandazioni economiche, a partire da quelle sull’adeguamento degli estimi catastali: stangare la casa degli italiani. Su tante cose l’Europa fallisce; questa le sta riuscendo.