Intelligenza artificiale, minaccia o risorsa? Ecco perché i “guru” della ora temono la rivolta della pubblica opinione
Negli ultimi mesi, mentre l’Intelligenza Artificiale entra sempre più aggressivamente nelle nostre vite quotidiane, qualcosa di apparentemente marginale sta accadendo sullo sfondo: molte delle figure più note e influenti del settore hanno iniziato a esporsi meno, a parlare meno, a sparire lentamente dalla scena pubblica. Non c’è stato un annuncio ufficiale, né una spiegazione condivisa, ma il silenzio è diventato progressivamente evidente, soprattutto se confrontato con l’iper-esposizione mediatica degli anni precedenti.
Imad Mostaque, ex CEO di Stability AI e uno dei protagonisti centrali dell’AI generativa open source, ha accennato a questo fenomeno durante un podcast, suggerendo che diversi leader dell’AI temano una reazione pubblica sempre più ostile. Non una teoria astratta, ma una preoccupazione concreta legata a ciò che sta per accadere quando l’AI supererà una soglia critica: quella in cui smette di essere uno strumento imperfetto e diventa abbastanza efficace da sostituire realmente il lavoro umano.
Per anni ci siamo raccontati che l’AI “non era pronta”, che non poteva competere con le persone, che avrebbe avuto bisogno di decenni per maturare. Oggi, però, quella narrativa inizia a sgretolarsi. Secondo Mostaque e altri protagonisti del settore, il vero shock arriverà quando l’AI passerà dall’essere “il membro meno affidabile del team” a una presenza indistinguibile da un collega umano, ma infinitamente più economica, instancabile e priva di diritti. In quel momento, parlare di disoccupazione al 20% non sembrerà più un’esagerazione, ma una conseguenza logica.
Ed è qui che il discorso si fa inquietante, perché una trasformazione di questa portata non è mai neutra. Quando milioni di persone iniziano a perdere lavoro, prospettive e stabilità, la rabbia non resta teorica: cerca responsabili, volti, simboli. Forse è anche per questo che, parallelamente a questo silenzio crescente, emergono racconti sempre più espliciti su bunker e piani di emergenza.
Ilya Sutskever, uno dei principali architetti dei primi modelli di OpenAI, ha dichiarato apertamente che prima del rilascio di una vera AGI sarebbe stato costruito un bunker, un rifugio opzionale per proteggersi da ciò che potrebbe accadere. Dichiarazioni fatte nel 2023, ben prima della sua uscita dall’azienda, che all’epoca sembravano eccentriche e che oggi appaiono molto meno assurde. Perché parlare di protezione e collasso se si sta semplicemente rilasciando una tecnologia “per migliorare il mondo”?
All’interno della Silicon Valley, l’idea che l’AGI possa innescare una rottura sistemica non è marginale. Non si parla di fantascienza, ma di instabilità economica e sociale improvvisa, di un mondo in cui il valore del lavoro, del capitale e persino delle professioni creative viene ridisegnato in tempi troppo rapidi perché la società possa adattarsi. In questo contesto, le abitudini di molti miliardari tech (rifugi sotterranei, complessi autosufficienti, proprietà isolate) smettono di sembrare semplici eccentricità.
Nel frattempo, fuori da queste élite protette, il sentimento verso l’Intelligenza Artificiale sta cambiando radicalmente. Sui social e nei dibattiti pubblici, l’AI non è più percepita come progresso, ma come imposizione. Ogni pubblicità generata artificialmente viene criticata, ogni progetto che rivendica di essere “fatto da umani” viene celebrato come un atto di resistenza, ogni nuova applicazione viene associata a perdita di lavoro, consumo di risorse e impoverimento culturale.
Questo risentimento non nasce dal nulla. I primi ruoli a essere messi in discussione sono quelli entry-level, le posizioni che per decenni hanno rappresentato l’ingresso nella classe media: giovani avvocati, consulenti, analisti, impiegati amministrativi. Proprio i lavori che tengono in piedi l’economia quotidiana e che ora rischiano di essere considerati un costo evitabile.
A questo punto la domanda non è più se l’AI trasformerà la società, perché questo è ormai inevitabile, ma se stiamo affrontando questa transizione con una consapevolezza adeguata. Per anni abbiamo sottovalutato l’Intelligenza Artificiale, e ogni volta si è rivelata più potente di quanto previsto. Forse oggi l’errore non è temerla troppo, ma continuare a minimizzare ciò che sta già accadendo.
Perché se persino i suoi creatori iniziano a ridurre la propria esposizione pubblica e a preparare piani di fuga, il vero interrogativo non riguarda l’AI in sé, ma il modo in cui stiamo scegliendo di introdurla nel mondo. E la possibilità che, quando ce ne renderemo conto collettivamente, il cambiamento sia già irreversibile.
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