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“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci

“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si salvò).

Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi.

Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito. In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.

Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta, qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.

Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.

Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.

La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili, sono guerre contro una persona umana.

L'articolo “A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci proviene da Il Fatto Quotidiano.



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