Bellezza a rischio: quando la chirurgia estetica può uccidere
Belle a tutti i costi. Anche della vita? Non sono poche le donne decedute nel corso del 2025 per gli esiti nefasti di un intervento di chirurgia estetica. Non per complicanze imprevedibili, ma, come hanno appurato le indagini degli inquirenti, per mancanza di professionalità o perché effettuati in luoghi privi di qualsiasi autorizzazione. Milena Mancini, imprenditrice di Isola del Liri, si era sottoposta a liposuzione in una clinica turca. È deceduta dopo venti giorni di terapia intensiva, secondo l’autopsia a causa di una perforazione accidentale dell’intestino durante l’intervento. Margareth Spada, 22 anni, era arrivata nella capitale dalla Sicilia per una rinoplastica presso lo studio medico di Marco e Marco Antonio Procopio, padre e figlio. Non si è più ripresa dall’anestesia ed è deceduta dopo tre giorni di agonia. La relazione della Asl sul suo percorso clinico assistenziale è stata lapidaria: «L’edema cerebrale e l’esame neurologico della paziente è incompatibile con una corretta e pronta rianimazione cardiopolmonare prima dell’intervento del 118». In parole povere: c’è stata una complicanza e i due medici non sono stati in grado di rianimarla prima che arrivasse l’ambulanza. Simonetta Kalfus aveva 62 anni e al dottor Carlo Bravi aveva affidato il sogno di glutei perfettamente modellati. È deceduta a dodici giorni dall’intervento per embolie e ischemie provocate da una grave infezione. Si è scoperto in seguito che tale medico era già stato condannato a un anno di reclusione per lesioni colpose nel 2024. Anche la 47enne Ana Sergia Alcivar Chenche è morta dopo una liposuzione per l’imperizia di un chirurgo plastico, Jose Lizarraga Picciotti, che da tredici anni operava senza autorizzazione, scaduta nel 2012. Il medico aveva precedenti per lesioni per interventi avvenuti nel 2006 e nel 2018.
Prezzo, social e scelte sbagliate
Nonostante la cronaca mostri chiaramente quali siano le conseguenze di scelta poco ragionevoli, molti pazienti continuano a scegliere il chirurgo che li opererà in base al prezzo o a ciò che hanno letto sui social. Senza pensare che la chirurgia estetica non è diversa dagli altri interventi chirurgici solo perché non è essenziale. In realtà presenta la stessa tipologia di rischio e le stesse potenziali complicazioni.
Complicanze prevedibili e imprevedibili
«Le complicanze che possono sorgere durante un intervento si dividono in prevedibili e difficilmente prevedibili», chiarisce il professor Carlo Tremolada, chirurgo specialista in chirurgia plastica ricostruttiva, maxillo facciale e tra i massimi esperti italiani di chirurgia rigenerativa. «Quelle imprevedibili possono succedere a chiunque, ma se il professionista è preparato, la sua équipe anche e a disposizione hanno l’opportuna strumentazione, il danno si può contenere. Quelle prevedibili, come spiega il buonsenso, si devono prevedere. Come? Con un’anamnesi dettagliata della paziente condivisa con ogni membro dell’équipe chirurgica, non solo chirurgo e anestesista». Le complicanze più frequenti infatti sono dovute a problemi preesistenti all’intervento che si evidenziano con approfonditi esami preoperatori. «Il professionista deve essere preparato alle complicanze più comuni, come infezioni o embolie. Sa che possono accadere e deve essere pronto a intervenire. Esempio: se una persona soffre di problemi vascolari o di vene varicose, non è che tu, chirurgo, non fai l’intervento. Conosci il problema, sai che si può formare un embolo che dalle vene può arrivare ai polmoni, e quindi somministri eparina».
Il rischio infarto in sala operatoria
Un’altra complicanza a cui il chirurgo deve essere preparato è l’infarto intraoperatorio, più frequente di quanto si pensi. «Può succedere in qualunque situazione. Può essere causato da una perdita di sangue o altro. Se so che il mio paziente ha problemi cardiaci, visto che c’è un rischio teorico maggiore d’infarto, farò in modo che durante la chirurgia sia particolarmente idratato e ben controllato. Metterò al corrente l’équipe e prenderò tutti i provvedimenti a mia disposizione perché non succeda. È questo che fa un dottore dotato di buonsenso».
Errori che non devono esistere
Gli ultimi decessi raccontati dalla stampa non hanno mostrato solo medici privi di questo buonsenso, ma anche di perizia. «La perforazione dell’intestino in una liposuzione non può esistere. Non fa parte delle complicazioni prevedibili e nemmeno di quelle imprevedibili. Non deve succedere proprio, e se succede la persona che l’ha provocata non è un chirurgo perché non ha la più pallida idea di come si esegua quell’intervento. È una complicanza talmente impensabile, e tremenda, che la paziente va incontro a un decesso anche se operata in una sala operatoria magnifica con intorno una équipe di venti persone».
Chirurgo e struttura: cosa pretendere
Attenzione quindi alla scelta del chirurgo, che deve possedere i titoli, il curriculum e la necessaria esperienza per essere definito tale. E anche alla scelta della struttura, che non può essere diversa da un ambulatorio di chirurgia o da una sala operatoria di una struttura sanitaria. «Tra ambulatorio di chirurgia e sala operatoria non c’è grossa differenza» dichiara il dottor Oreste Claudio Buonomo, professore ordinario di Chirurgia e direttore della Breast Unit del Policlinico Tor Vergata di Roma, da anni strenuo sostenitore della sicurezza negli interventi di chirurgia anche estetica. «L’ambulatorio ha dimensioni ridotte rispetto alla sala e il paziente ha un accesso più rapido al lettino operatorio: arriva autonomamente in una stanza adiacente dove viene vestito con camice sterile e calzari monouso e poi si posiziona per l’operazione. La sala operatoria è più ampia, prevede più “filtri” prima dell’ingresso e il paziente ci arriva in barella perché si presuppone un ricovero». La sicurezza è la medesima perché ambulatorio chirurgico e sala operatoria rispondono entrambi agli standard obbligatori di legge.
Sicurezza clinica, ambientale e strumentale
«Quando ci si sottopone a una operazione chirurgica si deve pretendere sicurezza clinica, ambientale e strumentale. È vero che a determinare la qualità di un trattamento estetico è il risultato, ma la sicurezza è ancora più importante. Tutti gli interventi in cui è previsto l’uso di un farmaco anestetico anche locale devono esser eseguiti in ambienti idonei, con chirurgo e anestesista pronti a rianimare in caso, per esempio, di reazione allergica al farmaco anestetico. Nell’edema della glottide infatti, condizione che determina una incapacità di respirare del paziente, l’anestesista/rianimatore garantisce la pervietà delle vie aeree meccanicamente e con l’impiego di farmaci». La sicurezza strumentale invece attiene alla sterilità dei locali, dei dispositivi medici e persino dell’aria della sala operatoria, che ha una bassa temperatura per evitare la prolificazione batterica e filtri specifici. «Un’idonea sterilità presuppone ferri chirurgici sterilizzati in maniera corretta, teli, camici del personale sanitario. Infezioni e setticemia sono i rischi più comuni di un ambiente non sterile».
Bellezza sì, ma non a costo della vita
La normativa italiana garantisce, se rispettata da strutture e personale sanitario, un’ottima sicurezza del paziente. Che non deve temere l’intervento di chirurgia estetica ma deve pretendere quegli standard qualitativi che salvano la vita. «Ricercare la bellezza va benissimo, perché è un fattore determinante della vita. Bellezza è anche gioia. Ma rischiare la vita, da sani, per non dare il giusto peso alla preparazione dei chirurghi, alla struttura sanitaria, alla strumentazione presente, non è volersi bene».