Metti una sera il vescovo all’Ordine della Mugnaia a parlare del Carnevale di Ivrea
IVREA. Ci sono situazioni che solo a Ivrea possono verificarsi e momenti che solo il Carnevale rende possibili. Non stiamo parlando della pugnace veemenza della battaglia delle arance o dell’atavico fascino dei riti dal sapore secolare, ma di un venerdì sera di gennaio, reso un po’ uggioso dalla pioggia e magico di un incontro avvenuto a “straOrdinario”, la sede temporanea dell’Ordine della Mugnaia, il sodalizio guidato da Lilli Angela che raduna le Violette, i Generali, i Sostituti gran cancelliere e i Podestà delle passate edizioni del Carnevale. Ospite d’onore, a intrattenere una dozzina di Mugnaie e un paio di Generali, monsignor Daniele Salera, da un anno vescovo di Ivrea.
«Non è la prima volta che lo incontriamo – racconta Barbara Bellardi –: lo scorso aprile io, Lilli e Manuela Cappelli siamo state ricevute per presentargli l’associazione Violetta dedicata al contrasto della violenza contro le donne e in quell’occasione abbiamo trovato una persona dalla forte inclinazione all’ascolto, che fin dal primo momento ha dimostrato di cogliere appieno la forza del messaggio che ancora oggi trasmette Violetta, la sua attualità, la sua capacità di essere simbolo di una rivolta contro le tirannie, sia quelle forse leggendarie del passato che quelle reali dell’attualità».
Monsignor Salera ha poi conquistato l’intero popolo del Carnevale con l’omelia pronunciata nel corso della messa dell’Epifania, in particolare con l’accostamento tra la stella cometa e il Carnevale di Ivrea. Un accostamento che potrebbe apparire azzardato, se non fosse giunto dalla voce del vescovo: «Questo evento rappresenta per Ivrea quello che la stella è stata per i re Magi». Proprio dall’ascolto di queste parole e dalla volontà di approfondirle è nato l’invito, che monsignor Salera ha accolto con piacere e venerdì sera ha ribadito il concetto: «Confermo l’analogia che trovo tra la stella e il Carnevale, anche perché proprio grazie a quella messa, a quell’occasione così particolare da far celebrale la liturgia sotto lo stendardo che rappresenta il diavolo simbolo di una delle squadre di aranceri, ho potuto accogliere in Duomo e incontrare persone che, altrimenti, forse non avrei mai avuto occasione di conoscere, proprio come i Magi, che in realtà erano astronomi, sono giunti alla mangiatoia di Gesù pur appartenendo a popoli e culture diverse, a dimostrazione del fatto che il Signore è venuto in terra per tutti».
In soli dodici mesi Salera ha assorbito i valori più profondi del Carnevale eporediese, al punto da parlarne in prima persona plurale: “le nostre tradizioni”, “il nostro Carnevale”. «È vero, io sono fatto così, da sempre: non posso estraniarmi, devo lasciarmi coinvolgere dai luoghi in cui la mia missione mi manda». E il coinvolgimento da parte del Carnevale è stato immediato, grazie anche alla sincerità che questa festa effonde: «Fin dalla scorsa edizione mi sono dedicato a osservare, ascoltare e capire. Nei giorni immediatamente antecedenti l’Epifania ho avuto occasione di incontrare diverse persone della Fondazione, per organizzare al meglio la giornata. Sono rimasto positivamente colpito dal come mi hanno parlato del Carnevale, dal loro atteggiamento. Ognuno di loro mi ha portato ricordi e sensazioni e tutti, nel raccontare la loro esperienza, avevano gli occhi lucidi per l’emozione. Questo non può che derivare da una manifestazione che ha valori profondi, che porta a valori sani di amicizia e solidarietà. È una tradizione viva che porta a parlare con il cuore».
Dal vescovo, sulla scorta dell’esperienza maturata in questi mesi, giunge anche un consiglio: «Come ho già avuto occasione di dire, credo che il Carnevale dovrebbe essere fatto conoscere meglio e di più, perché è davvero un tesoro di questa città».