L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino, Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare”
Ripubblichiamo l’intervista uscita a maggio su FqMagazine a Giancarlo Giammetti, compagno di vita e braccio destro di Valentino Garavani,lo stilista scomparso oggi a Roma a 93 anni.
Il primo abito rosso creato da Valentino, il celebre Fiesta del 1959. Il ritratto firmato Andy Warhol che immortala il volto dello stilista. Una monumentale opera di Anish Kapoor che domina lo spazio con la sua presenza magnetica. E ancora, capolavori di Mark Rothko, Lucio Fontana, Cy Twombly e Francis Bacon che dialogano con gli abiti indossati da dive come Liz Taylor e Jackie Kennedy. E poi c’è lui, Giancarlo Giammetti, ultraottantenne dall’ineffabile spirito da bon vivant e dallo sguardo di ghiaccio, che ogni tanto si lascia attraversare da un lampo di nostalgia. Da sessant’anni è il socio, il compagno, l’amico, l’anima pragmatica e la mente strategica dietro il genio creativo di Valentino Garavani e ora torna sulle scene con l’apertura della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti (PM23) in Piazza Mignanelli a Roma. “Credo che ci sia bisogno di ritrovare la bellezza”, dice. “Con Valentino crediamo che la bellezza abbia il potere di elevare, trasformare e lasciare un segno indelebile nella vita delle persone”. E la bellezza, qui, trabocca. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso“, curata da Pamela Golbin e Anna Coliva, non è una “noiosa mostra di abiti”, ma un dialogo serrato tra 50 creazioni iconiche in Rosso Valentino e 35 capolavori d’arte moderna e contemporanea.
Giammetti, storico collezionista dal fiuto leggendario, racconta i suoi inizi con l’arte con un sorriso divertito: “Tra i primi acquisti, alla Biennale di Venezia del ’66 presi un Fontana, tutto bianco. Lo portai a casa tutto contento mostrandolo ai miei: vi piace? E loro: ‘ma quando lo apri?’. Pensavano che fosse l’incarto”. E il Picasso in mostra? “Lo prendemmo da un sarto milanese, Lizzola, che scoprimmo essere il sarto del pittore, che pagava appunto in quadri”. Lo spazio, disegnato da Nemesi Architects, è un crocevia tra arte e moda, pensato non per celebrare un passato glorioso ma per ispirare il futuro. E, a proposito del passato, Giammetti ricorda la complementarietà della loro relazione: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dando a Valentino la libertà di dedicarsi solo a creare“.
La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso”, è un percorso immersivo attraverso 50 abiti iconici firmati Valentino e 35 opere d’arte contemporanea. Un dialogo raffinato tra forme e visioni, cuciture e tagli, stoffe e tele. “Non volevamo fare una mostra di moda, sono spesso noiose. – sorride Giammetti – Qui volevamo raccontare un’idea di bellezza, quella che nasce quando l’arte e la moda si toccano”. Lui, il “numero due” più famoso della moda, mente silenziosa e motore operativo della leggenda Valentino, racconta senza enfasi ma con precisione chirurgica. Parla di “coraggio”, “ambizione” e anche di un pizzico di “incoscienza” che ha permesso a due ragazzi italiani, nei primi anni ’60, di costruire un impero del gusto partendo da una piccola sartoria in via Gregoriana. “All’inizio non sapevo nulla di moda. Ricordo il mio primo giorno nell’atelier di Valentino, in via Condotti: guardavo incantato le sarte creare drappeggi, costruire rose con il tulle. Era Fiesta, il primo abito rosso. Mi si è aperto un mondo”.
Il rosso diventa allora la chiave per esplorare l’essenza della maison. Un rosso concettuale, spirituale, materico: “Fare una mostra su un colore è difficilissimo”, confessa. “Eppure il rosso di Valentino ha una tale forza simbolica che si impone da sé. Non è solo un tratto stilistico: è una dichiarazione d’identità”. Ogni sala della fondazione è costruita come un dialogo tra un abito e un’opera d’arte. Tra i capolavori esposti ci sono Fontana, Twombly, Rothko, Warhol, Kapoor, Frankenthaler. E un Picasso del 1932. “È l’unico quadro figurativo insieme all’ultimo della mostra, un Vezzoli del 2025. In mezzo, solo astrazioni. Il colore diventa linguaggio puro”. Le opere, scelte in sintonia con la poetica della mostra, non fanno da sfondo: costruiscono senso. “C’era un’idea precisa: ogni tela doveva parlare con un vestito, senza confronto, ma con rispetto reciproco“.
Giammetti scivola tra memorie e visioni future con naturalezza. Racconta dell’acquisto del suo primo Fontana – “mio padre pensava che dovessimo ancora scartarlo” – e di quando Warhol venne a Roma per girare un film con Liz Taylor, finendo a interpretare l’autista per mancanza di altri ruoli. Rievoca la Roma degli anni d’oro, le feste al Club 84, il Piper che non frequentavano (“preferivamo il Pipistrello”), l’amicizia con Nancy Reagan, la devozione di Jackie Kennedy, la discrezione elegante di Marella Agnelli.
Ma PM23 guarda avanti. “Ogni otto mesi qui ci sarà un ciclo educativo: artisti, artigiani, maestri del pensiero incontreranno giovani talenti. Non solo moda, ma creatività applicata, metodo, cultura del bello”. E la filantropia: “Stiamo lavorando con il Gemelli su un progetto dedicato agli anziani, e al Bambin Gesù per una nuova sala d’attesa al pronto soccorso pediatrico. La bellezza deve anche fare del bene“.
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