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Legge montagna, cento prof universitari bocciano Calderoli: “Iniqua, divide le comunità e aumenta le contrapposizioni”

Non solo pochi fondi, niente per l’adattamento ai cambiamenti climatici e nessuna idea per una governance delle terre alte più strutturata. Da mesi la legge sulla montagna voluta dal ministro Roberto Calderoli e approvata dal Parlamento sta facendo discutere, con un ampio strascico di polemiche da Nord a Sud, per la nuova classificazione dei Comuni montani. Vale a dire, ciò che ricade sotto il cappello di ciò che è montagna (e, per converso, ciò che ne è escluso). Ora un centinaio di professori universitari ha inviato una lettera all’esponente della Lega e del governo Meloni per chiedergli di rivedere i criteri coi quali è stata stabilita la classificazione. Perché in questo modo la legge risulterebbe “iniqua, col risultato che espone i territori montani a divisioni politiche e a contrapposizioni istituzionali“.

I princìpi scelti da Calderoli sono soltanto due: altimetria e pendenza. “Un approccio che non distingue la condizione montana fra le diverse regioni e parti del Paese, ma che semplicemente restringe le condizioni di riconoscimento, ne favorisce alcune – in particolare quelle del Nord – a scapito delle altre, perpetuando i divari territoriali che tanto hanno nuociuto allo sviluppo dell’Italia” scrivono i docenti. “Non si dica che viene finalmente definita la ‘montagna vera’” poiché “ogni classificazione nasce da volontà politiche, con criteri e numeri limite, indicati dai responsabili politici in quel momento storico”. Da qui le “considerazioni scientifiche” dei professori universitari.

In primis non c’è nessuna novità, dal momento che i criteri scelti sono sempre gli stessi e “cambiano soltanto le soglie di riferimento, allo scopo di ridurre la platea degli aventi diritto ai fondi della nuova legge e del FOSMIT (Fondo Sviluppo Montagne Italiane)”. In più “questi criteri rimangono all’interno della dimensione della ‘montuosità’ fisica (peraltro solo in parte racchiudibile da tali parametri, perché ad essi si potrebbero aggiungere altri valori, dall’insolazione alle caratteristiche microclimatiche, dalle condizioni del suolo a quelle della vegetazione o della disponibilità idrica etc.)”. E così – e questo è il punto dirimente – si “dimentica del tutto la ‘montanità’, ovvero i caratteri colturali e culturali dell’ambiente montano, un aspetto considerato dalla prima legge sulla montagna sulla base di parametri di rendita fondiaria, in ottemperanza al dettato dell’articolo 44 della Costituzione. Non vi è in sostanza alcun riferimento in questa classificazione a usi del suolo, livelli di spopolamento, situazione demografica, assetto economico, condizioni reddituali, perifericità o marginalità che caratterizzano e accomunano molti dei comuni montani”.

L’effetto è che molti Comuni che rimangono esclusi “non possono considerarsi ‘non montani'”, dato che “anche i Comuni ttualmente classificati come parzialmente montani possiedono quote di montagna che risultano significative in termini di servizi ecosistemici, uso del suolo, accessibilità”. Da qui gli esempi: “Chiunque può constatare che l’Isola d’Elba con il monte Capanne supera i 1000 metri di quota, o che il territorio comunale di Vieste nel Gargano supera gli 800 metri di quota pur affacciato sul mare, eppure non sono nel novero dei Comuni montani”. In conclusione “una selettività della perimetrazione ancora fondata esclusivamente su criteri di classificazione orografici come quelli finora adottati presenta problemi di equità tra i diversi territori della montagna italiana, generando disparità di sostegno e ignorando di fatto marginalità storicamente definitesi in varie parti degli Appennini, provocando un aumento dei divari e finendo per mettere in competizione tra loro le aree montane anziché mirare a un’azione di coordinamento per recuperarne l’attrattività in termini di abitabilità e produttività”. In definitiva, perciò ” quello che agli estensori della norma sembrava il vettore di nuove politiche – l’individuazione dei Comuni montani – rischia di essere invece l’ostacolo alle opportunità e alle scelte che sindaci, amministratori, cittadini, imprese, associazioni, università e centri di ricerca delle zone montane auspicano”.

Chi ha firmato (mentre scriviamo, la lista è in aggiornamento, ndr): Mauro Varotto, Università di Padova, Monica Meini, Società di Studi Geografici, Università del Molise, Egidio Dansero, Presidente Società di Studi Geografici, Università di Torino, lena Dell’Agnese, Presidente Associazione Geografi Italiani, Mauro Pascolini, Società Geografica Italiana, Università di Udine, Cristiano Pesaresi, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, Università di Roma La Sapienza, Sergio Zilli, Associazione dei Geografi Italiani, Università di Trieste, Fausto Carmelo Nigrelli, Università di Catania, Sergio Foà, Università degli Studi di Torino, Pier Paolo Viazzo, Università degli Studi di Torino, Mario Angelo Neve, Università di Bologna, Giovanni Carrosio, Università di Trieste, Andrea Mambretti Università della Valle D’Aosta, Giovanni Crocioni, Università di Bologna, Marta Villa Università di Trento, Elisa Tosi Brandi, Università di Bologna, Lucia Corrain, Università di Bologna, Marc Andrew Brightman, Università di Bologna, Ilaria Agostini, Università di Bologna, Maria Cristina Carile, Università di Bologna, Alberto Malfitano, Università di Bologna, Fiammetta Sabba, Università di Bologna, Teresa Graziano, Università di Catania, Laura Saija, Università di Catania, Giuseppe Inturri, Università di Catania, Massimo Sargolini, università di Camerino, Giorgio Osti, Università di Padova, Davide Pettenella, Università di Padova, Maria Molinari, Università di Parma, Gioacchino Garofoli, Università di Pavia, Angela Barbanente, Politecnico di Bari, Maria Chiara Voci, Università di Torino, Nicola Canessa, Università di Genova, Romeo Farinella, Università di Ferrara, Giampiero Lombardini, Università di Genova, Nicola Martinelli, Politecnico di Bari, Valentina Orioli, Università di Bologna, Simone Ombuen, Università Roma Tre, Anna Laura Palazzo, Università Roma Tre, Gianfranco Viesti, Università di Bari, Nicola Pasquino, Università di Napoli Federico II, Giovanna di Minico, Università di Napoli Federico II, Vincenzo Tondi della Mura, Università del Salento, Marina Calamo Specchia, Università degli Studi di Bari, Francesco Pallante, Università di Torino, Andrea Rolando, Politecnico di Milano, Massimo Villone, Università di Napoli Federico II, Luca Reitano, Università La Sapienza di Roma, Davide Papotti, Università di Parma, Pierluigi Grandinetti Università IUAV di Venezia, Letizia Bindi, Università degli Studi del Molise, Gabriele Beccaro, Università degli Studi di Torino, Maria Gabriella Mellano, Università degli Studi di Torino, Mauro Berta, Politecnico di Torino, Piercarlo Rossi, Università degli Studi di Torino, Gianni Quaranta, Università di Basilicata, Rosanna Nisticò, Università della Calabria, Antonio De Rossi, Politecnico di Torino, Filippo Barbera – Unito, Paolo Mellano, Politecnico di Torino, Vito Teti, Università della Calabria, Domenico Cersosimo, Università della Calabria, Maurizio Carta, Università di Palermo, Loris Antonio Servillo, Politecnico di Torino, Giancarlo Cotella, Politecnico di Torino, Carlo Salone, Politecnico di Torino, Erblin Berisha, Politecnico di Torino, Roberto Dini, Politecnico di Torino, Alessandro Coppola, Politecnico di Milano, Guido Callegari, Politecnico di Torino, Emilia Corradi, Politecnico di Milano, Stefano Di Vita, Politecnico di Milano, Alisia Tognon, Politecnico di Milano, Paolo Bozzuto, Politecnico di Milano, Gerardo Semprebon, Politecnico di Milano, Massimo Crotti, Politecnico di Torino, Sara Favargiotti, Università di Trento, Alessandra Casu, Università di Sassari, Francesco Gastaldi, Università IUAV di Venezia, Luca Battaglini, Università di Torino, Severino Romano, Università della Basilicata, Sara Pane, Università di Torino, Adele Picone, Università di Napoli, Andrea Di Franco, Politecnico di Milano, Alessandra Corrado, Università della Calabria, Roberto Fanfani, Università della Calabria.

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