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Gli argomenti del Sì al referendum? La logica apparente è smentita dai fatti (e dalla ragione)

di Roberto Oliveri del Castillo*

Se i padri costituenti, per un paradosso temporale stile lnterstellar, potessero osservare da un diaframma senza essere visti il dibattito di queste settimane sul referendum sulla magistratura, probabilmente penserebbero di trovarsi in un universo parallelo, dove le cose vanno al rovescio e la logica che presiede ai ragionamenti funziona al contrario, una sorta di Antiterra. Solo così infatti, potrebbero spiegarsi la modalità a logica rovesciata o del tutto assente, e la qualità a dir poco capziosa degli argomenti utilizzati, ancorché suggestivi, che vengono continuamente evocati dai sostenitori del .

Proviamo a mettere in fila questi argomenti a logica rovesciata.
1. Inizialmente, l’argomento utilizzato soprattutto dalla avvocatura più impegnata a sostenere il Sì era (come rappresentava
anche una arguta vignetta in una poco realistica dimensione calcistica della contesa processuale) che la “squadra dei pm portava l’arbitro”, e che si trattava di una anomalia tutta italiana;
2. Poi si è sostenuto, dai più apparentemente preparati politici esperti anche di diritto comparato, che “da nessuna parte d’Europa il pm fa parte della stessa carriera del giudice, a sottolineare la presunta stortura italiana;
3. Si è poi posto l’accento, per giustificare l’eliminazione del voto e l’adozione del sorteggio, sulla necessità di evitare che le carriere in magistratura fossero costruite attraverso le correnti dell’Anm, e per evitare gli scandali dell’epoca Palamara;
4. Da ultimo, in una sorta di crescendo rossiniano, in questi ultimi giorni, richiamati anche in comunicazioni di importanti esponenti politici, si è posta l’attenzione su casi giudiziari più o meno recenti, ma anche più risalenti come il caso Tortora, per mettere in evidenza veri o presunti errori della magistratura nella gestione di tali casi, evocando la riforma come panacea per rimediare a tali storture;
5. Infine, i padri costituenti osservatori involontari di questo dibattito, si potrebbero essere sentiti citare come “testimonial” del Sì, loro malgrado e a loro insaputa, per dare una verniciata di nobiltà a tesi di dubbia legittimazione giuridica, sostenendosi che alcuni di loro, come Togliatti e Calamandrei, sarebbero stati all’epoca fautori della separazione delle carriere.

Si tratta di tutti argomenti apparentemente validi, ma in realtà privi di spessore logico-giuridico.

Partendo dall’ultimo, far parlare i morti non è mai un’operazione eticamente corretta, perché l’interessato non può correggere eventuali imprecisioni o forzature, né può ovviamente dissociarsi. Ma a parte tale aspetto, evocare personalità defunte si scontra con la sottovalutazione del contesto sociopolitico nel quale si svolgeva il dibattito, e che adesso è totalmente cambiato. Siamo sicuri che le personalità politiche evocate (ma anche personaggi come Falcone, anch’egli citato a sproposito nel dibattito), adesso, qui e ora, in questo contesto politico e sociale a dir poco complicato, assumerebbero le medesime posizioni assunte nel dibattito postbellico 80 anni fa? C’è da dubitarne seriamente.

Quella era una classe politica che aveva scontato in galera o in esilio l’opposizione alla dittatura, e si confrontava al suo interno sui principi senza alcun pregiudizio ideologico, fino a trovare il grande compromesso rappresentato dalla Carta del 1948, che non a caso aveva gli equilibri in tema di giustizia che hanno retto 80 anni. E non è un caso che tali equilibri stanno per venire meno grazie al lavorio di oltre un trentennio, quello essenzialmente berlusconiano, caratterizzato dagli attacchi di una classe politica diversa da quella postbellica, che può dirsi al massimo post Tangentopoli. Delle due, credo che sia più credibile ed affidabile la prima, rispetto alla seconda.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dalla simpatica vignetta delle Camere penali.

1. La suggestione è indubbiamente arguta, ovvero che l’arbitro essendo collega di una parte in campo, tenda naturalmente a favorirla; ma resta quella che è: una boutade capziosa, priva di aggancio nella realtà. Gli stessi dati presenti nelle pubblicazioni degli organi forensi (richiamati da Luigi Ferrarella sul Corriere in un articolo del 28.1.2021: “Giustizia: 4 processi su 1O terminano con l’assoluzione in primo grado”) smentiscono l’assunto: archiviazioni al 70% delle notizie di reato ed assoluzioni nei tre gradi di giudizio che oscillano tra il 40 e 50% del totale. Un po’ troppo per essere i giudici portati a favorire i colleghi pm solo per appartenere alla stessa carriera. Quindi, nessun arbitro portato sul campo dalla squadra dei pm, come sostengono i fautori del Sì. E se anche fosse, l’arbitro si è dimostrato sul campo perfettamente terzo ed imparziale, facendo “giocare” le squadre in modo corretto ed imparziale.

2. L’argomento comparatistico è indubbiamente molto suggestivo. Si dice dai fautori del Sì, che in Europa ovunque le carriere sono separate e gli accessi distinti. lo non sono un esperto e non ho approfondito il punto. Ma ricordo che: a) nell’Europa continentale tutti le tipologie di processo penale sono di tipo inquisitorio, ad eccezione dell’Italia. Questo vuol dire che le funzioni istruttorie sono svolte non dal pm, ma dal giudice istruttore, figura che era presente nel codice di procedura penale italiana fino al 1988. E questo vuole anche dire che il peso della istruttoria non grava sul pm se non al momento del processo, quando raccoglie il testimone del lavoro svolto dall’ufficio istruzione del tribunale penale. Quindi una separazione delle carriere che non incide sulla qualità del lavoro istruttorio, perché lo svolge un ufficio sostanzialmente giudicante ed imparziale. In Italia invece il pm separato e non agganciato agli uffici giudicanti correrebbe seri rischi di autoreferenzialità, maggiori di quanti ne corra ora, e diventerebbe una sorta di avvocato delle forze di polizia su cui peserebbe in termini estremi l’indagine; b) in tutti i sistemi continentali il pm separato dal giudice ha forme di collegamento più o meno stretto con il ministro di giustizia, quindi con l’esecutivo. I timori di una deriva di tal genere non sono quindi infondati.

3. Il sorteggio per evitare gli scandali. Si sostiene dai fautori del Sì che è l’unico modo per evitare i casi Palamara e il potere delle correnti. L’argomento non convince, primo perché per decenni le correnti hanno organizzato il consenso dei magistrati portando al Csm persone straordinarie come Alessandro Criscuolo, Armando Spataro, Marcello Maddalena, Luigi Ferrajoli, Pino Borrè ed altri; secondo perché rischierebbe di portare al Csm magistrati privi della necessaria vocazione ad occuparsi di autogoverno, impreparati, svogliati, e quindi inidonei alla funzione. Non si capisce poi perché risolvere un problema di indegnità di qualche eletto eliminando l’elezione. Sarebbe come dire che per ogni caso di corruzione accertata a carico di un amministratore pubblico dovrebbe scattare una sanzione analoga anche per i consessi politici. L’abnormità del ragionamento è autoevidente.

4. È degli ultimi giorni l’elencazione di presunte “malefatte” dei giudici in vicende all’attenzione della pubblica opinione per giustificare la separazione delle carriere. Ebbene, l’argomento è il più subdolo e capzioso di tutti. Con la separazione delle carriere nessuna delle polemiche in corso sarebbe stata evitata, perché il merito delle vicende oggetto di cronaca, essendo questioni in puro diritto che sfuggono alla conoscenza e competenza dei protagonisti del dibattito pubblico, specie dal versante politico, non ha nulla a che vedere con la separazione o unificazione delle carriere. Anche a carriere separate continueranno ad esserci indagini riguardanti politici, apportatrici di strumentalizzazioni politiche, o vicende di cronaca (come la famiglia nel bosco) in cui la pubblica opinione, pur non conoscendo nulla delle carte processuali, si riterrà in diritto di dire che i magistrati sbagliano, e continueranno diuturne polemiche con al centro la magistratura.

E sarà così che un bel giorno qualche politico si alzerà e si farà venire una bella idea. Per risolvere i problemi, bisogna sottoporre il pm al potere di controllo dell’esecutivo, perché così non va. Ci saranno altre battaglie fatte di pura propaganda per sostenere che la riforma è incompleta, che va previsto qualche sistema e qualche meccanismo per sottoporre il PM al controllo del ministro, magari mediante la nomina, in concorso col Csm, dei procuratori generali.

E lo potranno fare, perché in tutta questa articolata ma frettolosa ed autoreferenziale riforma, qualcuno ha stranamente “dimenticato” di modificare l’art. 101 della Costituzione, secondo il quale “I giudici sono soggetti solo alla legge”. E i Pubblici Ministeri? Non si sa… Questo vuol dire che va bene così? Niente affatto. Ci sono state vicende gravi, dallo scandalo degli uffici giudiziari di Trani all’hotel Champagne, e altre, ma in tali vicende il Csm da cui promana tutto è sempre stato coinvolto tanto nella componente togata (almeno in parte, vero Palamara?) quanto quella laica e politica.

Attribuire colpe solo alla magistratura (che certo ne ha tante), appare riduttivo e, come sempre, strumentale a ridurre il controllo di legalità sulla politica, vera finalità di tutta l’operazione riforma delle carriere.

* magistrato della Corte d’appello di Bari

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