Morto il richiedente colto da infarto nel Porto Vecchio di Trieste. Istituzioni sotto accusa: ecco come viveva – Foto
Trieste uccide, di nuovo. Non ce l’ha fatta il richiedente asilo nepalese di 43 anni che sabato scorso era stato ricoverato al locale ospedale di Cattinara per un arresto cardiaco. In attesa di formalizzare la sua richiesta, l’uomo viveva nei magazzini dismessi del Porto Vecchio (nella gallery le foto di Fiorella Costantini), area abbandonata e fatiscente dove, mancando un’alternativa, i migranti trovano riparo rimanendo esposti alle temperature invernali, che nei giorni scorsi sono scese sotto lo zero portando neve e vento di Bora. Da uno di quei magazzini erano corsi fuori alcuni connazionali in cerca di aiuto per il 43enne colto da malore. A generare l’arresto cardiaco era stata un’embolia polmonare la cui causa, riferisce la stampa locale, non è stata ancora chiarita. Ricoverato nel reparto di cardiochirurgia, le sue condizioni erano apparse subito gravi e in breve tempo sono precipitate: lunedì è stata dichiarata la morte celebrale, l’indomani il decesso. L’episodio segue le morti di altri migranti in Friuli Venezia Giulia. Ai primi di dicembre, dopo l’ennesimo sgombero del Porto Vecchio, era stato trovato il cadavere del 32enne algerino Hichem Billal Magoura, morto di freddo in quegli stessi magazzini.
Il ricovero del richiedente nepalese è stato oggetto di accuse da parte delle associazioni locali e in particolare del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati onlus (Ics) che in città si occupa anche di accoglienza. “L’uomo che accusava da giorni forti dolori al petto aveva ricevuto una prima visita medica nel centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la procedura di asilo”, aveva scritto Isc in una nota sabato scorso. “Ieri aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata”. Quanto accaduto, concludeva la nota, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile: chiediamo che cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali”.
Una denuncia già circostanziata nel recente rapporto “Accesso negato“, che racconta il percorso a ostacoli al quale sono sottoposti i richiedenti a Trieste, in palese violazione della legge. La registrazione delle domande, che dovrebbe avvenire in pochi giorni, richiede fino a due mesi e di fatto blocca l’ingresso nell’accoglienza che è invece un diritto della persona dal momento in cui manifesta la volontà di chiedere asilo. Il rapporto denuncia pratiche vessatorie presso la Questura di Trieste, l’assenza di tutela e accesso prioritario per i casi di vulnerabilità. Spesso “lasciando le persone in attesa per ore o costringendole ad allontanarsi”, nonostante le evidenti condizioni di salute. Esattamente come accaduto al richiedente nepalese. Eppure il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno ha dedicato un Vademecum alla presa in carico delle persone vulnerabili. Nel 2025 le associazioni che hanno curato il report hanno inviato 34 segnalazioni collettive e 416 PEC individuali, per un totale di 1.494 persone segnalate, compresi i casi di vulnerabilità. Mai una sola risposta.
Dopo il ricovero, invece, l’assessore regionale alla Sicurezza, Roberto Roberti, ha attaccato il Consorzio Ics. “Ricondurre il malore di un richiedente asilo nepalese a responsabilità delle forze dell’ordine equivale a un’operazione di sciacallaggio politico”, ha tuonato l’assessore leghista. “Se ha così poca fiducia nelle istituzioni, Ics rifiuti le cospicue remunerazioni mensili ed esponga le proprie tesi indegne in un’arena elettorale”. Ics o no, il diritto all’accoglienza dei richiedenti resta sancito dalla legge e la situazione rimane identica da molti anni nonostante in città come in Regione governi il centrodestra. Per la consigliera comunale Alessandra Richetti (M5s) le “condizioni” in cui viveva il 43enne “erano già di per sé disumane e pericolose”: il fenomeno migratorio “va gestito”. Quanto alle risorse, il segretario generale del Siulp Fvg, Fabrizio Maniago, scrive oggi in una nota che a Trieste si è “passati dai 100/150 richiedenti asilo annui di vent’anni fa, alle – nei grandi eventi di rintraccio – 120 persone in un solo giorno”, mentre “il numero di poliziotti della sola Questura di Trieste è passato da 600 unità a 400 nello stesso intercorso temporale”. Tornando alla politica, per la destra la soluzione è una sola: limitare gli arrivi. “E se non si riuscisse a limitare i flussi?”, domandava allo stesso Roberti il quotidiano Il Piccolo in un’intervista del 27 dicembre. “In tal caso chi arriva deve sapere che non troverà quell’Occidente scintillante visto sullo smartphone e dovrà affrontare un inverno senza documenti, senza lavoro, senza un tetto”. E perché no, la morte.
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