Parola dell’anno: per il 2025 Treccani ha scelto ‘fiducia’. Così le parole arrivano a plasmare il pensiero
Ogni fine anno i dizionari e istituti linguistici di vari paesi provano a catturare lo “spirito del tempo” proponendo la parola dell’anno. Non si sceglie il vocabolo più usato, ma quello che racconta come abbiamo vissuto, che cosa ci ha attraversato, come pensiamo e come comunicano le nostre società.
Nel 2025, per la Treccani, fiducia è la parola dell’anno: definisce un tempo segnato da tensioni sociali e dalla ricerca di punti di riferimento condivisi in mezzo all’incertezza collettiva. L’Oxford English Dictionary ha incoronato come parola dell’anno rage bait, l’“esca della rabbia”: contenuti digitali progettati per provocare indignazione e rabbia, e massimizzare così traffico e coinvolgimento online. Altri dizionari hanno scelto termini altrettanto rivelatori, come parasocial, proposto da Cambridge: che cattura relazioni unilaterali con celebrità o intelligenze artificiali. Oppure vibe coding, proposto da Collins: legato alla relazione tra linguaggio e codifica nei nuovi strumenti digitali.
Nonostante la loro potenza evocativa, questi esercizi di lessicografia spesso ci entrano in testa senza che ci fermiamo a pensare a come le parole plasmino il pensiero, e viceversa. Nuovi termini finiscono sovente nella pattumiera, come petaloso, incoronato nel 2016, e subito archiviato. Altre parole, invece, entrano di soppiatto nella lingua e poi si affermano, magari attraverso spostamenti di significato dovuti a imperizia nella traduzione. Errori grossolani diventano provvidenziali, permettendoci ad esempio di distinguere un ecologo da un ecologista. In inglese ecologist significa “studioso di ecologia”, e sarebbe naturale renderlo in italiano come ecologo, sul modello di biologo o zoologo. Sarebbe ridicolo chiamare biologisti i biologi, no? E invece è prevalsa la traduzione ecologista, che ha finito per assumere un valore diverso: quello di attivista o militante di cause riguardanti l’ambiente. Oggi, paradossalmente, questo errore – perché di errore si tratta nell’origine – ha finito per riempire un vuoto concettuale reale, ma non per una scelta linguistica consapevole, bensì per accumulo di usi e abitudini.
Questa deriva non è un vezzo: è un cambio di planimetria concettuale, che altera il modo in cui pensiamo alla scienza e a chi la fa. Confondere gli ecologisti con gli ecologi mescola i ruoli: non basta avere a cuore un soggetto per diventarne specialista, sarebbe come attribuire a Berlusconi competenze di ginecologia!
Ancora più chiaro è il caso di parole apparentemente innocue che entrano nel linguaggio scientifico italiano ma perdono il loro senso tecnico originale. I “ciliati” sono protozoi che si muovono grazie a strutture cellulari da cui deriva il loro nome: sono dotati di cilia. Tuttavia, in moltissimi testi italiani le cilia sono spesso chiamate ciglia, termine che in anatomia umana indica i peli delle palpebre. Il risultato non è soltanto una imprecisione lessicale; è l’introduzione di un antropomorfismo linguistico che oscura una distinzione strutturale reale. Una distorsione simile riguarda le “mie” meduse: la parte pulsante del loro corpo, da cui pendono i tentacoli, viene spesso chiamata ombrella, calco diretto dell’inglese umbrella, quando in italiano esiste già la parola ombrello, perfettamente adeguata e rispondente al concetto.
Nel linguaggio della scienza, queste concessioni all’itanglese non arricchiscono il vocabolario, ma lo confondono, e con esse mi sono spesso scontrato. Anche se a volte, però, bisogna arrendersi, come è il caso di eutrofizzazione. Dal punto di vista etimologico eutrofia significa “buona nutrizione”, ma nel linguaggio dell’ecologia eutrofizzazione è usata per indicare degrado ambientale, morie, ipossia: un fenomeno che suggerisce il contrario di ciò che la radice vorrebbe comunicare. La parola giusta dovrebbe essere distrofia.
Prendiamo una parola ancora più delicata: pedofilo. Dal punto di vista etimologico, -filo indica chi “ama” qualcosa: bibliofilo ama i libri, cinefilo il cinema, cinofilo i cani. Etimologicamente, pedofilo definisce “chi ama i bambini” e, invece, è diventato il termine per definire una devianza criminale. Dal punto di vista logico e linguistico, sarebbe stato più corretto parlare di pedomane, come si parla di piromane. La lingua, però, non funziona così: non corregge, ma registra ciò che l’uso impone. Nel caso di pedofilo, la storia d’uso ha vinto sull’etimologia.
La dissonanza tra forma e contenuto non è un dettaglio astratto, perché le parole sono i modelli con cui ordiniamo la realtà. Se i termini che usiamo non coincidono con i fenomeni che descrivono, la comprensione stessa si incrina. Chi solleva questi problemi viene talvolta accusato di purismo o di nostalgia per un italiano “puro”. Ma il punto non è tornare indietro, né vietare l’uso di certe parole. Il punto è sapere da dove vengono i termini che usiamo e cosa hanno perso per strada. Si tratta di considerazioni che non intendono imporre correzioni dall’alto della torre d’avorio. Si rende visibile la sporcizia, non si pulisce il pavimento. Non mi risulta che esista l’elenco delle parole scomparse. Volete un esempio? Matusa. Parola introdotta dai giovani quando io ero giovane, per definire gli anziani. La parola è invecchiata con loro ed è oramai morta. Piuttosto che usarla di nuovo, preferisco seppellirla. E qui potremmo parlare di “piuttosto che”…
L'articolo Parola dell’anno: per il 2025 Treccani ha scelto ‘fiducia’. Così le parole arrivano a plasmare il pensiero proviene da Il Fatto Quotidiano.