Trump sfida ancora la Cina: dall’Iran al Venezuela, tutte le volte che gli Usa si sono infilati negli affari di Pechino
Non solo quello che è successo in Venezuela. Anche ciò che sta accadendo in Iran, dove le proteste di massa contro il regime degli ayatollah crescono d’intensità giorno dopo giorno, mostra plasticamente una spaccatura: quella tra Stati Uniti e Cina. L’attivismo, quando non la vera e propria schizofrenia, del presidente Usa Donald Trump rappresenta un elemento di novità che non può essere sottovalutato e che ha influenza sui vari teatri che vedono Washington e Pechino faccia a faccia.
Iran
Potrebbe essere una provocazione, ma Trump ha abituato ad azioni repentine: il presidente Usa ha minacciato di intervenire militarmente qualora il regime iraniano ordinasse una repressione violenta delle proteste che scuotono la Repubblica Islamica. Minacce rimandate al mittente dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, a cui ha fatto eco la Cina che si è espressa molto duramente contro le possibili interferenze esterne. Per Pechino l’instabilità nel Paese è già di per sé un problema, ma se lo scenario di un intervento statunitense dovesse concretizzarsi, la situazione potrebbe diventare ancora più complessa. Il motivo è presto spiegato: la domanda interna cinese di petrolio è soddisfatta per il 70% dalle importazioni, con la Russia a farla da padrona e l’Iran è tra i fornitori principali. Che non si trova nelle classifiche ufficiali, perché le forniture avvengono molto spesso in maniera opaca attraverso Paesi terzi, come la Malesia, e utilizzando le ormai famose “flotte fantasma“. Un canale di approvvigionamento a basso costo molto utile per far trottare l’economia del Paese asiatico e a cui sarebbe difficile rinunciare.
Venezuela
Seppur con un peso minore rispetto all’Iran, il Paese sudamericano è (o è stato) un altro dei principali fornitori di greggio alla Repubblica Popolare. E dopo l’arresto da parte statunitense del presidente Nicolás Maduro è quindi arrivata la condanna cinese di prammatica. In questo caso c’è stato pure un risvolto prettamente politico: l’operazione per catturare Maduro è avvenuta poche ore dopo che una delegazione cinese lo aveva incontrato. Un colpo basso per la diplomazia di Pechino, sempre attenta anche alla simbologia che circonda la sua azione. Dal punto di vista geopolitico, la perdita di un alleato come il Venezuela è un duro colpo per la proiezione nel continente americano della Cina di Xi Jinping che, almeno per il momento, deve ridimensionare le sue ambizioni nell’area.
Panama
Rimanendo nella regione, ma spostandoci leggermente più a nord, c’è una delle infrastrutture più note e strategiche a livello globale, il Canale di Panama. I principali porti alle due estremità dell’istmo, costruiti con investimenti statunitensi, per anni sono stati gestiti dalla Panama Ports Company, filiale di un conglomerato con sede a Hong Kong e con forti legami con Pechino. A marzo 2025 è però arrivato l’avvio di un percorso per l’acquisizione da parte di un consorzio di società statunitensi, non ancora giunto a conclusione anche per l’opposizione cinese. La mossa ha comunque fatto gongolare Trump che nei giorni precedenti si era espresso molto duramente rispetto all’influenza cinese sul Paese centroamericano, al punto da spingere il governo locale a dichiarare la volontà di non rinnovare il grande progetto infrastrutturale della Repubblica Popolare, la Belt & Road Initiative.
Groenlandia
Subito dopo la conclusione dell’operazione in Venezuela, Trump ha di nuovo spostato la sua attenzione verso la Groenlandia. Tra le varie motivazioni che ai suoi occhi giustificherebbero un’eventuale annessione Usa del territorio danese vi è anche la sicurezza nazionale e la presenza di navi cinesi e russe che si muovono attorno all’area. La Cina ha grandi progetti riguardo all’Artico e l’aggressività del presidente statunitense potrebbe farne naufragare molti ancora prima della loro ideazione. Pechino guarda al territorio soprattutto dal punto di vista del forziere energetico e di minerali che potrebbe contenere. Un’attenzione ricambiata, considerando che una rappresentanza ufficiale del governo groenlandese ha aperto i battenti nella capitale cinese nel 2023. D’altronde, non più tardi del maggio 2025, Naaja Nathanielsen, ministra groenlandese per il Commercio e le Risorse Minerarie, ha dichiarato che in assenza di progetti Usa o europei Nuuk si sarebbe potuta rivolgere alla Cina per ottenere i finanziamenti necessari alle operazioni di esplorazione minerarie. Va detto che finora passi rilevanti dal punto di vista degli investimenti del Paese asiatico in Groenlandia non sono stati fatti, ma il lavorio dietro le quinte che sta senza dubbio avvenendo potrebbe prima o poi dare i suoi frutti.
La lista dei punti di attrito tra Stati Uniti e Cina potrebbe essere ben più lunga, considerando che la proiezione di Washington e Pechino è globale e tocca numerosissimi ambiti. La grande spregiudicatezza di Trump mostra la capacità statunitense di intervenire con la forza laddove i reali o presunti interessi americani sono più rilevanti o a rischio, una risolutezza che rende evidente la parallela incapacità o l’assenza di volontà cinese di fare altrettanto. E questo è un messaggio che arriva forte proprio laddove è più importante lo faccia: a Taiwan, il più probabile teatro di confronto militare futuro tra le due potenze.
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