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Difesa sotto attacco

Lo slogan infame è scritto in nero e firmato dalla A cerchiata dell’anarchia: «10-100-1000 a Nassiriya». È apparso all’ingresso del borgo di Marinella, in Liguria, alla vigilia dell’anniversario, il 12 novembre, della strage terroristica in Iraq. La punta dell’iceberg di un antimilitarismo in aumento alimentato dalla causa palestinese. Il “no” dell’università di Bologna al corso di filosofia ai cadetti di Modena, gli alpini accusati di essere nostalgici dal collettivo fucsia, il polverone su carri armati inventati in una scuola di Udine e ben 80 attacchi alle strutture di Leonardo nel 2025 sono segnali che la cultura della difesa e sicurezza è sotto attacco.

«Più che risveglio di antimilitarismo», spiega a Panorama il generale in congedo Massimo Panizzi, «c’è la totale ignoranza della cultura della difesa e del ruolo che ogni cittadino dovrebbe svolgere per contribuire alla sicurezza, come recita la Costituzione».

Lo Stato maggiore dell’esercito aveva chiesto all’università di Bologna di avviare un corso di filosofia riservato a un gruppo di 10-15 cadetti dell’Accademia militare di Modena, che forma gli ufficiali. «La richiesta è stata respinta per timore di militarizzare la facoltà», ha rivelato il capo di Stato maggiore, generale Carmine Masiello. Il rettore dell’ateneo, Giovanni Molari, si è trincerato dietro «la scelta autonoma» del dipartimento di Filosofia. Peccato che erano apparsi subito striscioni e manifesti che non lasciavano dubbi: «Nessuno spazio per l’Accademia militare». Firmato: Palestina libera, assemblea d’urgenza.

Gruppi come il Collettivo autonomo universitario sono la punta di lancia delle proteste, anche violente, contro la “militarizzazione” dell’università soprattutto in relazione agli accordi con accademie e atenei israeliani. Rettori succubi dei pro-Pal hanno rotto i rapporti. La formula che va per la maggiore, adottata dai Senati accademici, sospende le «collaborazioni con enti coinvolti nello sviluppo di tecnologie militari o che abbiamo apertamente sostenuto l’aggressione militare perpetrata dallo Stato d’Israele nei confronti della popolazione di Gaza». Non sono nel mirino solo le università israeliane, ma pure le grandi aziende italiane come Leonardo o Fincantieri.

Il generale Masiello sul “niet” al corso di filosofia ha dichiarato:  «Mi ha sorpreso e deluso. Sintomatico dei tempi che viviamo e della strada ancora da fare perché l’opinione pubblica, soprattutto i giovani, capisca la funzione delle Forze Armate nel mondo attuale».

La deriva antimilitarista colpisce anche gli alpini, che fra il 9 e 11 maggio hanno tenuto l’annuale raduno a Biella. Una lettera aperta di alcuni genitori, rilanciata dal collettivo femminista “Le parole fucsia”, ha montato un caso. Il collettivo sostiene che nelle scuole biellesi gli alpini hanno narrato «alcune vicende della storia del nostro Paese, proponendo canti bellici, mitizzando gesta e azioni, contribuendo a rafforzare il clima sovranista e nazionalista». Le penne nere da cinquant’anni vanno nelle scuole senza mai inneggiare alla guerra, che conoscono bene e hanno provato sulla loro pelle per generazioni. Le femministe sono state spalleggiate dai Verdi, che hanno addirittura contestato l’illuminazione con il Tricolore delle montagne “Mucrone”, “Tovo” e “Camino” per l’impatto ambientalista. Ancora peggio l’accusa dell’inno, Di qui non passa, ispirato dalla canzone del Piave, che esalterebbe l’«invasione nazifascista dell’Unione Sovietica».

Panizzi non ha dubbi: «Nessuno vuole militarizzare istituti scolastici o università, ma bisognerebbe insegnare storia militare. E nelle scuole le Forze Armate hanno il dovere di farsi conoscere, come opportunità di impiego per i giovani». 

L’estremo e più recente paradosso antimilitarista ha coinvolto a fine novembre la scuola Ellero di Udine. La dirigente, Elena Cuomo, è finita sotto tiro, come spiega a Panorama, «per un incontro con i militari del Cimic rivolto esclusivamente ai membri del mio staff. La simulazione consisteva sul cosa fare in caso di attacchi di droni, chimici o in stile Bondi beach (la strage dell’Isis in Australia, ndr). Come proteggere gli allievi dato che non ci sono protocolli ad hoc. Un evento connesso alla sicurezza che coinvolgeva solo gli insegnanti, rimasti entusiasti, e non gli studenti». Nella circolare parlava di mezzi che sarebbero arrivati nel cortile della scuola per accompagnare i militari. Per di più il Cimic è un’unità di Cooperazione civile e militare, non corpi speciali. Eppure, apriti cielo: «Un docente di sostegno con chiare opinioni politiche che non manca di portare a scuola» scatena la reazione dell’estrema sinistra di Avs.

L’insegnante è un attivista noto per le mobilitazioni pro-Pal. Andrea Di Lenardo, capogruppo Avs-Possibile nel consiglio comunale di Udine, parla di un «pericoloso scivolamento verso la normalizzazione della presenza militare nei luoghi educativi». Fanpage e il Fatto quotidiano titolano «Carri armati nella scuola a Udine», con tanto di foto, senza temere il ridicolo. Nessun tank era previsto per le strade di Udine e ancora meno a scuola. Avs annuncia pure un’interrogazione parlamentare. «Inaccettabile non avere rispetto dell’esercito» osserva Cuomo. «E per di più in un Paese Nato è estremamente pericoloso».

Il 9 marzo alla trasmissione televisiva condotta da Fabio Fazio Che tempo che fa, Luciana Littizzetto solleva un putiferio: «Noi italiani non siamo capaci di fare le guerre, facciamo cagarissimo a combattere. Da Caporetto alla campagna di Russia, sono più le volte che abbiamo perso». L’infelice battuta, purtroppo, rispecchia la realtà del Paese: solo il 16 per cento sarebbe disposto a combattere per la Patria secondo un’indagine del Censis. Gli altri punterebbero a sopravvivere chiudendosi in cantina o addirittura affiderebbero la difesa della nazione a contractor stranieri (26 per cento). Per non parlare del 19 per cento che ammette, senza remore, la scelta della fuga piuttosto che andare al fronte. Il generale Masiello, di fronte al crollo verticale della cultura della difesa, si chiede «come abbiamo potuto, in appena un secolo, dissolvere quella coscienza nazionale che fece andare in trincea generazioni di ventenni italiani nella Grande guerra?».

Accanto all’orribile scritta «10-100 -1000 a Nassiriya», gli anarchici hanno aggiunto «Oto Melara, Leonardo, Fincantieri e Intermarine complici del genocidio» riferendosi ai contratti con Israele. Anche se la vendita di nuove armi è sospesa dall’attacco a Gaza, dopo la strage di Hamas del 7 ottobre, le grandi aziende italiane sono sotto tiro a cominciare da Leonardo, punta di lancia della difesa.

Il 13 ottobre l’amministratore delegato Roberto Cingolani è stato costretto a mandare un video messaggio ad Assolombarda. Per motivi di sicurezza non poteva essere presente, ma ha stigmatizzato che «nelle ultime settimane Leonardo è costantemente assediata da cortei, gruppi che attaccano le sue aziende e gli ultimi atti di Torino sono stati particolarmente violenti». Il 3 ottobre gli antagonisti, a cominciare da Askatasuna, si sono presentati al cancello della sede di Leonardo nel capoluogo piemontese. In un’ora di guerriglia sono state distrutte diverse vetture dei dipendenti dell’azienda. Il 29 aprile circa cento attivisti di Extinction rebellion si erano incatenati ai cancelli di Leonardo in Zona Tiburtina, a Roma, in appoggio alla causa palestinese. Quest’anno sono stati 80 gli atti vandalici, tentativi di accesso fisico e manifestazioni di protesta agli stabilimenti e uffici dell’azienda, in aumento rispetto al 2024. In 300, il 13 settembre, hanno marciato sullo stabilimento di Leonardo per i droni a Ronchi dei Legionari, vicino a Trieste. Il volantino di mobilitazione bollava l’azienda come «Fabbrica di morte». Cingolani ha denunciato che «pacifisti armati stanno demonizzando chi come noi sta realizzando tecnologie per la sicurezza» comprate all’estero e che difendono il nostro Paese. 



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