Scontri ad Aleppo per questioni politiche: è ora che anche i media italiani se ne occupino in questi termini
Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.
Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.
Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.
I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.
Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.
Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile che cui ha fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).
Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.
Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.
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