Perché il discorso di fine anno di Mattarella mi è sembrato più simile al catechismo che un richiamo alla presa di coscienza
L’infantilizzazione morale consiste nel trattare i cittadini come bambini destinatari di lezioni etiche in quanto incapaci di costruirsi da soli un criterio di valutazione della realtà. Non in grado di discernere tra giusto e sbagliato, come i bambini che hanno una volontarietà degli atti intrinsecamente imperfetta in quanto non dotati di mezzi intellettuali per deliberare circa l’opportunità delle proprie azioni, così i cittadini in questa visione necessitano di continui richiami alla ragionevolezza per fondare il proprio pensiero su basi non arbitrarie.
Negli ultimi anni, l’infantilizzazione morale è diventata il cuore della propaganda delle istituzioni italiane. Per salutare gli ottanta anni della Repubblica, il Presidente Sergio Mattarella nel discorso di fine anno ha ricordato agli italiani che siamo una storia di successo e che non bisogna rassegnarsi, rivolgendosi in particolare ai giovani, esortati a prendere in mano con coraggio il proprio destino.
I dati che sanciscono la storia di successo della nazione sono sempre discutibili. Per esempio, si continua a misurare come elemento positivo la crescita economica attraverso il Pil. L’aumento del Prodotto Interno Lordo, tuttavia, è un indicatore relativo di benessere, perché una popolazione sta bene in base non tanto al valore assoluto della produzione, ma a come il reddito viene distribuito.
Secondo il rapporto Oxfam sulle diseguaglianze del 2025, guardando ai fatti con questa prospettiva chi può parlare di una storia di successo non sono tutti gli italiani ma solo alcuni di essi. Il 10% più ricco dei nuclei famigliari possiede 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie, con un incremento di 1,7% rispetto al decennio precedente.
Il Report statistico 2025 della Caritas stima invece in 5 milioni e 600mila i poveri assoluti, con 2 milioni e 217 di famiglie indigenti: un record assoluto dai tempi del dopoguerra.
La concentrazione della ricchezza e l’aumento della povertà non sono avvenuti per caso. Negli ultimi 30 anni, al netto di condoni e sanatorie per gli evasori, le imposte a carico dei benestanti si sono progressivamente ridotte (si pensi a Imu e Flat Tax varie) non tenendo conto della capacità contributiva dei diversi ceti sociali. Il risultato è una costante erosione del potere di acquisto del ceto medio che salva solo chi ha rendite o riesce a evadere le tasse.
Per quanto riguarda la struttura demografica, l’Italia è uno dei paesi più anziani al mondo con un’età media di 48,7 anni nel 2025 a fronte dei 19,9 anni dei paesi africani. Mentre 50 anni fa c’erano 9 bambini ogni ultraottantenne, secondo il Rapporto annuale dell’Istat 2025, gli ultraottantenni sono pari a 4,5 milioni di individui superando il numero di minori sotto i dieci anni (4,3 milioni).
Con le stime di un ulteriore incremento della popolazione anziana nel periodo 2030-2040, l’esito inevitabile è l’insostenibilità dei conti pubblici con tagli del welfare e del sistema pensionistico garantiti.
L’assegno previdenziale medio nel 2025 era già pari a soli 1215 euro (la soglia di povertà assoluta nel 2024 era di 1194 euro al mese per un nucleo di due persone) e a ogni manovra si continuano a introdurre nuovi tagli e limitazioni. Nel prossimo futuro la pensione diventerà dunque un equivalente della povertà per la grandissima maggioranza dei cittadini.
Per quanto riguarda il lavoro, la storia di successo della nazione appare anche lontana dalla narrazione. La situazione salariale è caratterizzata da una dinamica negativa e tra il 2008 e il 2024 i salari reali sono scesi del 8,7%%, con una continua perdita del potere di acquisto. Quasi centomila laureati tra i 25 e i 34 anni, forse i giovani più coraggiosi della nazione, se ne sono così andati all’estero a cercare fortuna nell’ultimo decennio.
Si potrebbe continuare questo breve resoconto della gloriosa storia della nazione parlando del crollo del sistema sanitario nazionale (nel 2002 il secondo migliore al mondo) con le liste di attesa annuali e l’impossibilità di cura per milioni di persone, il sottofinanziamento del sistema educativo e universitario rispetto alla media Ue, il livello di analfabetismo funzionale dilagante, la dismissione degli investimenti nella ricerca, i tassi di corruzione da terzo mondo, la criminalità che governa intere regioni del paese.
Forse per dare speranza a un paese in inesorabile declino è giusto evocare i punti di forza più che lamentare i problemi e i limiti. La sensazione però è che questi messaggi trasmessi a una nazione di persone sempre più disincantate, lontane dalla politica, povere e anziane sia qualcosa di più simile al catechismo che non a un richiamo alla presa di coscienza della realtà.
Chissà cosa avrebbe detto l’altro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il vecchio partigiano e socialista, muratore in esilio sotto il fascismo, mai domo nel richiamare il valore della giustizia e l’esigenza assoluta di cercare di riempire i granai per tutti invece di spendere soldi per gli armamenti.
Lo immagino raffigurato in una delle memorabili vignette disegnate da Andrea Pazienza, scendere da una macchina in corsa e con voce possente gridare: eh no! Basta con la morale da due soldi. Svegliatevi miei giovani! Tutti in piazza per salvare la patria!
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