A Milano l’ipotesi delle doppie primarie contro l’astensionismo: una svolta inedita per il centrodestra
Il 2026 potrebbe riservare una novità molto interessante per la sonnacchiosa politica milanese: sia il centrosinistra che il centrodestra stanno seriamente pensando di affidarsi alle primarie per la scelta del candidato Sindaco, in vista delle amministrative dell’anno successivo.
Per la maggioranza, si tratterebbe di seguire un binario già tracciato, mentre cambiare direzione avrebbe senso solo in presenza di una candidatura in grado di unire tutte le varie anime del composito campo progressista. A oggi, invece, non solo c’è molta frammentazione tra tante opzioni credibili, ma bisogna anche rifare il tagliando al feeling con la città, che dopo tre mandati necessita di nuove basi, oltre alla mancanza di alternative credibili.
Specularmente, il centrodestra deve decidere se giocare davvero questa partita con le sue carte migliori, visto che i sondaggi avversi stanno spingendo diversi suoi big a orientarsi verso le più agevoli elezioni per il Parlamento e per la Regione Lombardia. Le primarie, al contrario, impongono di metterci la faccia con candidature competitive, ragione per la quale l’attuale opposizione milanese sta pensando a una svolta davvero inedita.
Lasciare la scelta ai meri accordi di partito sarebbe pericoloso: l’impasse nel dialogo tra le segreterie dura ormai da troppo tempo, al punto che diversi elettori storici di questa parte politica si sono ormai rassegnati all’astensionismo. I sondaggi dimostrano come i giudizi più critici verso l’amministrazione in carica vengano proprio da chi da tempo diserta le urne.
Recuperare questi voti è quindi un’urgenza per il centrodestra, se davvero vuole riaprire la partita, ma nel contempo rappresenta anche un tema più alto di effettivo esercizio democratico. Negli ultimi trent’anni, la partecipazione dei milanesi alle varie elezioni è dimezzata dal 70% delle comunali 1993 al misero 35% dei referendum 2025.
Analizzando le sole amministrative, il calo è meno evidente, ma altrettanto preoccupante: nel 2011 Pisapia sconfisse Letizia Moratti in un ballottaggio al quale partecipò il 67,56% degli aventi diritto, nel 2016 l’affluenza scese al 51,8% per la sfida Sala-Parisi e nel 2021 non ci fu nemmeno il ballottaggio, perché al primo turno votò il 47,7% dei elettori, esprimendosi in maggioranza per la conferma del Sindaco.
Una maggioranza, però, sempre più relativa, se più della metà dei milanesi resta a casa, evidentemente convinta che il proprio voto non cambi nulla. La disaffezione è palese, seppure meno diffusa che in altre parti del Paese, e la contemporaneità con le consultazioni nazionali può mitigare il problema, ma non certo risolverlo. È necessario ridare dignità alla politica, tornando a parlare dei problemi concreti per presentare alla città due proposte alternative, tra le quali si possa scegliere con un ragionevole grado di fiducia.
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