Formazione, ricerca e infrastrutture: «Ecco i punti deboli del distretto della scarpa di Vigevano»
Vigevano. Una scuola di formazione, e poi la ricerca. Cosa manca a Vigevano per rilanciare il proprio distretto lo segnala proprio chi - Matteo Pasca, direttore di Ars sutoria- ne aveva tratteggiato gli elementi di eccellenza: «Non c’è una scuola di formazione tecnica nella calzatura e pelletteria. E sulla ricerca altro Paesi europei sono stati più smaliziati: Spagna e Portogallo si sono portano via la maggioranza fondi».
Ma non è solo questione si formazione e ricerca, per Massimo Martinoli, amministratore unico di Cesare Martinoli Caimar: «Le infrastrutture, ecco perché non ci sono grandi marchi». Luigi Grechi, presidente di Confartigianato Lomellina, avverte: «Attenzione perché alcuni pezzi della filiera si stanno perdendo. Abbiamo potenzialità per attirare grandi brand, anche adesso che siamo in un momento di crisi del settore, perché sui brand di lusso la domanda resta stabile. Possiamo entrare a pieno titolo nel fashion italiano. Vigevano deve ambire a quello».
Sulla capacità di attirare grandi brand esprimes pessimismo Massimo Biscaldi, amministratore delegato di Giardini: «Alcuni brand sono già altrove e mi pare difficile portarli qui, almeno sulla calzatura completa. Manca una struttura per accoglierli, i grandi brand». Non è d’accordo Davide Brambillasca, amministratore delegato di Elachem, che poi a proposito del meccano calzaturiero sottolinea: «Anni fa si prevedeva che le macchine per il calzaturiero sarebbe state tutte cinesi, e invece non ce n’è nemmeno una, sono quasi tutte italiane e in particolare vigevanesi».
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Giovanna Ceolini, amministratore unico Parabiago Collezioni e presidente Assocalzaturifici mette l’accento su l fatto che «il prodotto made in Italy deve essere sostenibile, e dobbiamo dunque trovare tutte le soluzioni per affrontare le richieste dell’Europa. Cimac è la chiave per la certificazione. È un fiore all’occhiello non solo perché fa test sulle calzature e sui materiali, ma è diventato un driver sul tema della sostenibilità».
Cristina Roditi, chief product officer di Manolo Blahnik, ha raccontato la sua esperienza: «Manolo Blahnik è presente qui da più di trenta anni. Poi, nel 2018, si è presentata la splendida opportunità di acquisire direttamente un calzaturificio, Re Marcello. L’aspetto di artigianalità italiana rende fiero il brand Manolo Blahnik. Poter far scoprire ai giovani quanto sia bello fare scarpe sarebbe un successo enorme per noi».
L.Si.