Grano, scende il prezzo e crescono le importazioni Produttori in ansia
VOGHERA
Il comparto del grano sta navigando in acque tempestose: prezzi all’origine non remunerativi, aumento delle importazioni e calo delle esportazioni nel primo semestre dell’anno. «Dobbiamo sperare nella prossima campagna, considerato che la Politica agricola comune di Bruxelles impone la pratica della rotazione e quindi nuovi terreni dovrebbero essere coltivati a grano in tutta Italia», spiega Vittorio Milani, responsabile per la produzione campo di Apsov Sementi e consigliere di Confagricoltura Pavia. Le quotazioni alla borsa merci di Voghera non fanno sorridere gli agricoltori oltrepadani e tortonesi.
«Nel primo trimestre dell’anno – prosegue Milani – i prezzi erano sostenuti: si arrivava a 43 euro al quintale per il grano duro e a 31 euro per quello tenero panificabile. I motivi erano legati alla carenza di prodotto a causa della guerra fra Russia e Ucraina e all’aumento dei prezzi dei mezzi di produzione. Ora siamo scesi a 36-37 euro per il grano duro e a 23 euro per quello tenero, senza dimenticare i prezzi per i concimi fissati a 48 euro per l’urea, il fertilizzante organico più usato, e a 40 euro per il nitrato». La situazione dipende in larga parte dall’andamento dei mercati internazionali, condizionati, malgrado il conflitto in corso, da Ucraina e Russia, quest’ultima solo vent’anni fa quasi marginale nel panorama commerciale mondiale.
«Le multinazionali organizzavano i trasporti in nave – chiarisce Milani – ma, ora che i porti sono bloccati, assistiamo a una generale riorganizzazione dei trasporti su terra, in primis via ferrovia, gestiti da varie cooperative di produttori. Inoltre, i mulini hanno firmato contratti fino a Natale con grano “franco arrivo” a 23 euro per il tenero e 39 per quello duro. Da non dimenticare, poi, che Polonia e Ungheria hanno deciso di non importare frumento per non danneggiare il proprio mercato e che c’è sempre il rischio di speculazioni internazionali».
L’analisi dell’Associazione nazionale cerealisti (Anacer) è impietosa. Pesano le importazioni di grano duro: quasi mezzo milione di tonnellate in più rispetto al 2022, per un totale di 1,23 milioni di tonnellate. L’aumento dell’import si deve soprattutto ai cereali in granella: nel dettaglio, grano duro (+ 475mila tonnellate), grano tenero (+ 102mila) e mais (+ 48mila). Tra gli altri prodotti, destinati prevalentemente all’alimentazione animale, diminuiscono gli acquisti dall’estero dei mangimi a base cereali (-4,5%) e dei prodotti trasformati o sostitutivi (-16,5%), mentre risulta in aumento la crusca (+42%). Fra le esportazioni nel primo semestre 2023 sono in diminuzione le vendite dei cereali in granella (-203mila tonnellate, soprattutto grano duro), dei prodotti trasformati (–23,4%) e della farina di grano tenero (–3,3%). Relativamente alle paste alimentari, si registrano un calo nelle quantità esportate del 6,3% e un incremento del controvalore in euro del 6,9%. Tra gli altri prodotti in esame risultano in aumento le quantità esportate di mangimi a base di cereali (+2,5%) e di semola di grano duro (+3,3%).
Per quanto riguarda il raccolto del grano nelle ultime settimane, l'annata è stata caratterizzata da rese scarse e qualità bassa su quasi tutto il territorio nazionale: la bassa resa in semola andrà a influire sul prezzo del grano duro. Per il grano tenero, invece, una maggior quantità di prodotto, non avendo caratteristiche molitorie adeguate, sarà indirizzata al settore zootecnico. Umberto De Agostino