Lavoro nero. La Uil: «Nelle vigne trevigiane è tornata la schiavitù»
«Siamo alla follia pura: persone costrette a lavorare senza contratti, senza norme di sicurezza, alloggiate in ricoveri fatiscenti. Se non lo avessimo letto, faremo anche fatica a crederci: sembra di tornare nell'800 quando vigeva la schiavitù negli Stati Uniti d'America».
Lo dice in una nota Gian Luca Fraioli, coordinatore della Uil Treviso, insieme a Giuseppe Bozzini, segretario regionale Uila, in merito alla recente operazione effettuata dalle forze dell'ordine in provincia di Treviso contro il lavoro nero in agricoltura.
I primi segnali erano arrivati subito all’inizio della vendemmia: già a inizio settembre i carabinieri avevano trovato decine di irregolari al lavoro nelle vigne.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i lavoratori erano stati incaricati da un indiano, titolare di una ditta agricola con sede in provincia di Treviso. Ma i lavori erano stati commissionati, attraverso un contratto di subappalto, da un’ulteriore azienda agricola gestita da italiani anch’essa con sede in provincia di Treviso.
Poi a metà mese il Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri ha trovato a San Polo di Piave dieci lavoratori romeni impiegati nella vendemmia completamente in nero.
A Maser altri quattro, questa volta italiani, sono stati sorpresi a lavorare tra le viti senza alcun contratto.
Quidi i blitz a Nerbon e Maserada, con la segnalazione degli abitanti della zona preoccupati anche per le condizioni invivibili dei posti in cui i lavoratori stranieri, questa volta indiani e bengalesi, erano costretti a dormire ammassati.
Nel silenzio della politica il sindacato richiama l’attenzione alla difesa di diritti che tutti danno per acquisiti e che, se ora riguardano i “foresti” in realtà, come si vede da alcune operazioni dei carabinieri, stanno cominciando a riguardare tutti, italiani compresi.
«Chiediamo con urgenza - proseguono i sindacalisti - un tavolo con i Comuni, con la Prefettura e le organizzazioni datoriali di categoria per fare il punto su questa drammatica situazione. In questo modo potremo comprendere insieme quali possano essere ulteriori strumenti utili da adottare in provincia di Treviso per contrastare il caporalato e non leggere più pagine così vergognose».