Arriva in piazza la cabinovia e i triestini si dividono: «Bella, stile marinaro», «Inutile e insostenibile»
TRIESTE In pausa pranzo, seduta dirimpetto il prototipo della cabina Leitner, una signora consuma un poke. Riso venere, tonno e salmone, annaffiati da salsa piccante: a malapena rivolge uno sguardo a quella “scatoletta” di metallo e vetro oscurato, un paio di metri lì davanti a lei. È triestina? «Sì». Ma che ne pensa di questa cabinovia? «Niente» risponde semplicemente, tutta presa dalla sua ciotolona di riso ed edamame. Mesi di lavori, riunioni, conferenze di servizi seguite da proteste, contestazioni, prime pagine sui giornali: la cabina arriva infine in centro città, tra il buffet triestino e il bar dell’aperitivo, ma per un paio di ore – prima dell’arrivo di telecamere, di politici e contestatori – appena in cinque, sei curiosi sembrano degnarla di uno sguardo. Ci sarà il momento, più in là, nel pomeriggio, per conferenze stampa, striscioni, grida di protesta.
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La protesta
«L’urlo di dissenso è forte e chiaro: chi ci governa dovrebbe smetterla di tapparsi le orecchie e ascoltare le tante ragioni di chi sogna un futuro migliore per la nostra città» commenterà a caldo la consigliera regionale del Patto, Giulia Massolino presente alla protesta. «Opera inutile e dannosa, che sta preoccupando molti cittadini» scriverà poi in una nota il vicepresidente del Consiglio regionale, il dem Francesco Russo. Elena Declich, portavoce dei residenti nel comitato “No Ovo”, rimarrà invece «impressionata» dallo schieramento delle forze dell’ordine in piazza, mentre lei rischia di ritrovarsi «un pilone di cemento fuori dal salotto».
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Triestini divisi
Ma fatta eccezione di qualche agente in borghese, la cabina passa il suo primo pomeriggio in città in compagnia di pochi curiosi, dai pareri perlopiù miti: «Mi piace» e «Non mi piace». «Tanto rumore per nulla». «Me l’aspettavo più moderna». E ancora, «Bella, stile “marinaro”» sentenzia Rino Caserta, sottobraccio alla moglie Rosella: saranno forse le alabarde dipinte, ma «certo è diversissima dagli impianti di risalita per andare a sciare».
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«Fatta bene, sarà molto utile» commenta ancora lui, braccia conserte dietro la schiena e occhio scaltro su tutto il profilo della cabina: «Bella, davvero: un po’ piccolina però». Lei la userà? «No, macché, non mi serve a niente – ammette –: ma piacerà a chi vien da fuori, ormai ci sono più turisti che non…» dice, indicando una comitiva di americani scortati da una guida. Neanche un giretto, per curiosità? «Ma che percorso farà?» si chiedono i due di risposta.
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Delirio di onnipotenza
Maristella Vascotto, reggendosi al bastone da passeggio, parla di «delirio di onnipotenza»: guarda la cabina e ci legge «un’opera inutile, insostenibile. E voglio vedere al primo incidente: chi risponderà?». E teme già di «veder sfigurata» la bella vista che le si apre allo sguardo ogni mattina, quando a bordo del Delfino Verde raggiunge la città da Muggia: «Il Faro della Vittoria, che ne sarà?» si chiede apprensiva: «E le frane? E il vento?». «Ma non era più utile scavare un parcheggio sotto alla piazza?» si chiede invece Jesper Van Der Salm, triestino-olandese. «E dove le metteranno, le bici?». Dal Comune fanno sapere che ce ne staranno «2 o 3». Il giovanotto s’allontana, lasciando il modellino Leitner di nuovo alla sola compagnia di agenti in borghese, un paio di smartphone, e lo sguardo dannunziano.
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Cabina in mostra
La cabina “Modello Trieste” rimarrà in piazza fino all’8 ottobre, giorno della Barcolana: vetri oscurati, cornici rosse e stemma del Comune, due file di sedili, ospita 10 persone, e 2 o 3 bici. È accessibile a disabili e passeggini.
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