Sergio Fonda, da professore universitario a imprenditore: “Tutto cominciò dalla tesi con O. Longo e un docente di medicina”
TRIESTE “Quando ti viene nostalgia non è mancanza. È presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti”. Così Erri de Luca, e trovo che questa citazione ben si adatti alla persona che ho intervistato. Mi sembra infatti che il professor Sergio Fonda viva un continuo presente, in cui ci sta tutto: la sua tesi di laurea, il suo lavoro attuale da imprenditore, i compagni dell’oratorio di Roiano e quelli della Fuci. Ricordi vivi e precisi, non nostalgia.
Lei è Presidente di VST (Vital Signals in a Touch)-IppocraTech: di che cosa si tratta? E perché un professore universitario è diventato imprenditore?
All’università, da diversi anni oramai, è incominciato a strutturarsi un impegno definito “terza missione.” La prima missione è l’insegnamento, la seconda è la ricerca e la terza è nata per spingere l’università a generare ricchezza a beneficio di tutta la società. Nel nostro caso la terza missione è stata realizzata come ricaduta della ricerca in un progetto europeo in cui noi sul piano bio-ingegneristico dovevamo trovare un metodo per la misura oggettiva dello stato di stress cui venivano sottoposti i controllori del traffico aereo dei droni e del traffico marittimo.
Che cosa significa? Ce lo spieghi meglio.
Un controllore di traffico deve evitare collisioni tra gli oggetti che sta controllando, le navi in un caso, i droni nell’altro. È un’attività che dà stress perché i controllori lavorano davanti a degli schermi enormi, faccia conto simili a quelli di radar complicati, dove ci sono le posizioni di questi oggetti. I droni sono controllati da terra e quindi il controllore deve eseguire e controllare il piano di volo di questo drone, suggerendo anche cambiamenti di rotta nel caso di situazioni critiche che possono portare a collisione. Si voleva misurare questo stress senza fermare l’attività e tanto meno somministrando questionari. Quindi ai controllori sono stati applicati sensori che ci consentivano di registrare i movimenti oculari, il diametro pupillare, la risposta elettrodermica del sistema nervoso autonomo, la pressione, eccetera, senza coinvolgere soggettivamente le persone. Tutto questo serviva poi a correggere o migliorare l’interfaccia-utente e a ottimizzare il lavoro diminuendo lo stress. Il progetto è iniziato nel 2011 e finito nel 2014. Erano coinvolte molte aziende e tre università tra cui Unimore (l’università di Modena e Reggio Emilia) e il nostro gruppo di bioingegneria al Dipartimento di Scienza della Vita.
E come siete poi arrivati a una Srl, di cui lei è, appunto il presidente?
Dai risultati di questo progetto è nata l’idea di costruire un dispositivo, da tenere in mano, che dia la possibilità di avere contemporaneamente in 90 secondi tutti i segnali sufficienti - in modo né invasivo né invadente – per stimare i 5 parametri vitali considerati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità utili per stabilire lo stato di salute: pressione massima e minima, ritmo respiratorio, ritmo cardiaco, ossigenazione del sangue, temperatura corporea. Tutto con un solo apparecchio che, nella nuova versione miniaturizzata, misura solo tre centimetri. La srl è partita come spinoff dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che vi ha partecipato sino all’anno scorso, ed è stata una delle azioni di terza missione con maggior rilievo sociale. Adesso siamo una startup innovativa, ma il nostro Dna è quello dell’università.
Un bell’impegno passare dalla cattedra a una società.
Sì, passare all’imprenditoria non è così banale, provenendo dall’accademia, soprattutto. Bisogna crederci – è una fatica – comunque è una bella avventura. La mia prima impressione iniziando questa attività è stata la quantità pazzesca di imprevisti che si manifestano nell’attività imprenditoriale, cosa che dal punto di vista accademico …che imprevisti potevo avere? Che si cambiava aula! La dinamica della vita imprenditoriale è completamente diversa.
Partiamo dall’inizio: lei si è laureato a Trieste, e poi?
Mi sono laureato nel 1973 in ingegneria elettronica con una tesi di Teoria dell’Informazione, con Giuseppe O. Longo, ora professore emerito, ed ero stato il primo studente di ingegneria a fare una tesi interdisciplinare, coinvolgendo un professore di medicina come correlatore. Questo fatto era stato criticato da alcuni docenti, a me invece sembrava importante iniziare a far filtrare nella medicina delle conoscenze “ingegneristiche”, che poi infatti si sono rivelate utili. Una spinta ulteriore all’epoca me l’aveva data il fatto che nel 1971 un ingegnere britannico aveva costruito un prototipo funzionante di tomografo per ottenere delle semplici scansioni del cervello. Nel 1979 gli fu assegnato, condiviso con un fisico, il Nobel per la Medicina per aver inventato la tomografia assiale computerizzata. La tecnologia entrava in modo strutturale nella medicina. Uno studente d’ingegneria, che si laurea con anche un professore di medicina non era comune, non solo a Trieste. E quindi il professor Bagolini, che aveva avuto una esperienza negli Stati Uniti ed era stato chiamato dalla Facoltà di Medicina di Trieste per la clinica Oftalmologica, mi ha contattato. Mi disse che lui all’estero lavorava in un centro di ricerca dove c’erano fisici, chimici, ingegneri, oculisti, e aveva intenzione di creare una cosa simile a Trieste. Ci sto, gli ho detto. E mi ha coinvolto dandomi un insegnamento che riguardava l’Ottica Fisiologica, quella parte della scienza che studia la modalità con la quale le immagini arrivano sulla retina. Dovetti studiare un bel po’.
Come è arrivato poi all’Università di Modena?
Al professore hanno offerto la cattedra a Modena, e mi ha chiesto di seguirlo. Ho incominciato dunque a mettere su un laboratorio di tecnologie biomediche applicate all’oftalmologia. Siamo arrivati ad essere molto noti in Europa. È stata una bella esperienza, era venuto giù anche Campos, figlio di un famoso oculista di Trieste. Così tra noi parlavamo in dialetto, con grande meraviglia dei modenesi perché lì parlavano in dialetto solo gli anziani. Il primo anno facevo la spola Modena-Trieste in treno e quella volta ci mettevo 5 ore mezza… E poi con mia moglie abbiamo messo su casa a Modena.
Nostalgia?
Appena venuti abbiamo avuto l’esperienza di 40 giorni di cielo grigio, senza pioggia, con nebbia la sera, non si vedeva mai l’azzurro. Dove abitavo avevo dei palazzi di fronte e dicevo sempre a mia moglie: guardo là davanti e immagino che oltre quel palazzo ci sia il porto e ci sia il mare. A quei tempi cercavo, per quanto mi fosse possibile, di tornare regolarmente a Trieste, dove avevo mia mamma, e ho ancora mia sorella, mio cognato, nipoti. Mio papà Giorgio era stato cameriere, aveva lavorato da Pepi Granzo, era un famoso ristorante… se lo ricorda, in piazza Venezia? Ha lavorato lì finché l’hanno chiuso.
E i suoi amici, riusciva a rivederli?
Ritornavo a Trieste per i parenti, ma purtroppo non avevo proprio il tempo per godermela coi vecchi amici, con cui andavamo d’estate al bagno Ferroviario e in inverno nelle grotte del Carso: quelli dell’oratorio della parrocchia di Roiano gestito da un grande prete, don Guerrino Zangrando, O con gli altri amici dell’epoca dell’università. Sono stato anche due anni – dal ’67 al ’69 - presidente del gruppo di Trieste della Fuci – la federazione universitaria cattolica italiana – assieme a Gabriella Nuciforo, dove ricordo, tra gli altri, Franco Del Ben, Anna Sciolis, Maria Paola Mioni, Daria Di Manzano, Romano Lapasin, Elvia Dudine, Silvio Orel, Claudio Chiaruttini… E un nuovo assistente, don Mario Cividin. Facevamo delle belle attività oltre a quelle sul piano della fede, coinvolgendo anche altre persone, volevamo fare “cultura aperta”. Insomma, la mitteleuropa trasportata nel cattolicesimo, con una dimensione concreta per l’aiuto ai poveri.
E adesso viene qualche volta a Trieste?
Vengo ma poco. Sono andato in pensione nel novembre 2017, ma già a giugno eravamo partiti con lo spinoff. Insomma, non ho fatto sino a oggi un giorno di pensione vera. Adesso a IppocraTech stiamo lavorando per riuscire ad aggiungere altri due paramenti: il valore del lattato e la glicemia. Sino a ora per la misura bisogna avere del sangue. La sfida è riuscire a farlo senza la goccia di sangue. Questo tipo di cose non mi dà tregua, però è il tarlo che mi piace.
Che cosa le ha dato essere nato a Trieste?
Il senso pionieristico nell’approcciare strade nuove di conoscenza: questa è stata la mia esperienza all’Università di Trieste. Però se io faccio un passo indietro e vado a quando ero ragazzino… abitavo in via Udine e andavamo a giocare, un gruppetto di otto, dieci bambini, in piazzetta Belvedere. Lì c’era una falegnameria del papà di uno degli amici, che costruiva per noi fucili di legno, carretti, per il nostro divertimento. E a ripensarci, questa disponibilità non richiesta, tanto da costruire apposta giochi per far divertire quei muli de strada, mi sembra significativo. Questo clima, leggendo alcune cose di Joyce, lo ha ben rappresentato: la disponibilità e l’andare verso conoscenze ignote con serenità e fiducia perché poi si trova qualche cosa di nuovo. Di Trieste ho assorbito l’apertura culturale verso l’ignoto.
Pensa possa darle altro, adesso, la città?
Abbiamo come società due postazioni all’Urban Center, in corso Cavour. C’era stato un bando, e l’abbiamo vinto. Abbiamo due scrivanie e siccome il primo periodo è gratuito, ci teniamo questi posti. È bella ‘sta cosa.
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