Delitto di Conegliano, il prete alla messa della domenica: «I responsabili adesso si pentano»
È il momento solenne del canone, alla messa in San Pio X. «Preghiamo per nostra sorella Margherita Ceschin» è l’invito del celebrante, don Francesco Rebuli, il prete in carrozzina. L’ appartamento in cui la signora è stata uccisa si trova a un centinaio di metri. Al termine della celebrazione, il diacono Diego Bravo, direttore della Caritas cittadina, si avvicina al cronista e tiene a far sapere.
La parrocchia
«Questa preghiera l’ha voluta la Parrocchia, perché non riteniamo che “il caso” si possa chiudere con gli arresti. Intanto, oltre che per la signora Margherita, probabilmente a noi cristiani dovrebbe competere anche il dovere per pregare affinché i mandanti ed i presunti responsabili del delitto si pentano e si convertano. E poi resta l’urgenza di una riflessione profonda sul male che può esplodere anche in situazioni di apparente normalità, se non di benessere». Bravo conferma, dunque, quanto il parroco don Michele Maiolo ha deciso con i consigli parrocchiali dell’Unità pastorale: l’avvio di laboratori di prossimità, dal prossimo settembre. La messa, con le letture, l’omelia di don Francesco e la preghiera dei fedeli è stata una ripetuta allusione alla tragedia consumata nel quartiere.
«No giustizialismo»
La pagina del Vangelo è quella della zizzania seminata in un campo di grano. Don Francesco invita a distinguere il bene dal male, «senza lasciarci sopraffare da quest’ultimo». Anzi, aggiunge il celebrante, «bisogna essere capaci di riconoscere il bene anche in mezzo alla zizzania».
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Don Rebuli raccomanda anche di non lasciarsi catturare dallo “spirito giustizialista” ma di attendere fiduciosi la realtà. Nessun accenno diretto alla tragica vicenda e alla sua drammatica evoluzione. Ma in chiesa tutti comprendono. All’uscita della messa si forma un crocchio di signore: «No, qui da noi non ci saremmo aspettate un assassinio così brutale, ma ancora meno un epilogo così assurdo, incomprensibile». Molti parrocchiani sono ancora spaventati nonostante la vicenda si sia conclusa con l’arresro dei presunti responsabili.
La riflessione di Don Magoga
«Se, da un lato, la notizia della svolta delle indagini per l’omicidio di Margherita Ceschin è da accogliere positivamente perché è un passo in avanti nell’accertamento della verità dei fatti; dall’altro – riflette don Alessio Magoga, direttore del giornale diocesano L’Azione e portavoce del vescovo Corrado Pizziolo -, la stessa notizia scuote e turba profondamente perché ancora una volta si tratta di un atto di violenza contro una donna la cui decisione è maturata nell’ambito di persone ben note alla vittima
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Sarà opportuno attendere il chiarimento delle responsabilità di tutte e quattro le persone. Ma in ogni caso lascia profondamente perplessi il movente dell’omicidio il quale, come è stato affermato dagli inquirenti, è da vedersi connesso a questioni di carattere economico: come se il denaro valesse più della vita; come se la vita delle persone avesse un prezzo».
«L’amore non si compra»
Tutto questo, secondo don Magoga, «amareggia e rattrista molto: non è questa la società che vorremmo; non è questo il futuro che vorremmo lasciare ai giovani (e penso, con dolore, anche ai nipoti di Margherita...). Ci viene chiesto anche il coraggio di dire, anche qui nel nostro Nordest, che i soldi non sono tutto nella vita e che alcune cose, come l’amore, l’affetto, l’amicizia, non si possono comprare». Don Magoga ricorda il Vangelo di ieri sul grano buono che cresce insieme alla zizzania e che solo alla fine l’uno viene separato dall’altra: «Come a dire che nella storia umana ci sono ombre e luci, bene e male che si intrecciano continuamente, sino alla fine. L’importante è non credere alla zizzania, l’importante è non credere al male. Perché alla fine vince il grano buono: alla fine vince il bene».