Un’ondata rosa dentro e fuori il cinema: il fenomeno “Barbie” conquista pure Trieste
TRIESTE Rosa, tutto rosa. Dal poster affisso all’ingresso del cinema alle magliette dei ragazzi in fila per entrare. Barbie è tornata, e già nella data d’uscita in Italia ha battuto tutti i record incassando più di due milioni di euro. Al suo primo giorno in sala la bambola più famosa di sempre è già un cult. E pure Trieste ne è travolta. Testimone è stata la serata di domenica. La quarta domenica di luglio, la quarta giornata dall’uscita del film evento dell’anno: “Barbie”.
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Nonostante i quasi 30 gradi, davanti al Nazionale in Viale gruppi di giovani e adulti attendono davanti alle porte d’entrata la prossima proiezione. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, “Barbie” non è un film solo per bambine. Dietro al mondo rosa si cela una forte critica anticapitalista, e non solo.
«È una pellicola destinata a un pubblico misto, qualsiasi sia la tua età puoi trovare dei riferimenti che ti coinvolgano», racconta Cristina Sirch, appena uscita con i suoi figli dallo spettacolo pomeridiano: «È divertente e ironico al punto giusto, consiglio davvero di vederlo». Anche il figlio Riccardo Fanni Canelles è della stessa opinione: «Il personaggio di Ken è il mio preferito, prima ridi con lui poi però i suoi comportamenti ti spingono a riflettere».
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Barbie si presenta inizialmente nella sua veste originale, bionda magra con vestiti eleganti e scarpe obbligatoriamente con tacco alto. Vive felicemente a BarbieLand insieme alle sue compagne e ai Ken. Finché a un certo punto i tacchi se li toglie, scambiando le sue iconiche décolleté rosa cipria con inserto di strass a cuore con delle Birkenstock Arizona in camoscio marrone.
È così che Barbie entra nel mondo reale. «Geniale, semplicemente geniale», commenta Aglaia Menia, venuta a vedere lo spettacolo insieme alla sorella e alla madre: «È un film brillante, riesce a cogliere i temi più importanti del nostro tempo senza mai risultare banale. Tratta l’argomento del femminismo evitando l’esagerazione, e riesce inoltre a farlo con delicatezza e leggerezza».
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Il lungometraggio rende omaggio alla bambola più famosa di tutti i tempi e alla sua ideatrice Ruth Handler, oltre che ovviamente alla Mattel, l’azienda di giocattoli statunitense che l’ha commercializzata. Coreografie, numeri musicali, brillantini e una dose importante di autoironia fanno da sfondo a una critica sociale che sottolinea per tutta la durata della pellicola le contraddizioni del mondo odierno. «L’attenzione ai dettagli è impressionante, tutto è studiato nei minimi particolari. Le macchine, il frigo, perfino le case in cui le Barbie riposano durante la notte. Sono una perfetta ricostruzione di quelle con cui giocavamo tutte noi da bambine», commenta Naja Comar all’uscita dalla sala.
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C’è chi invece si concentra di più sugli aspetti tecnici. «La sceneggiatura è veramente valida, gioca sulla storia di Barbie riuscendo a sottolinearne anche le contraddizioni. In alcuni punti rischia di apparire didascalica, ma nel complesso è davvero una bella pellicola», sostiene ad esempio Tommaso Galvan, studente di cinema. Barbie, insomma, è tornata. E lo fa senza tacchi e pure con la cellulite.
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