L’antropologo Belleli: dalla Norvegia a Mantova per filmare il filo rosso del clima che cambia
Vive da dieci anni nella capitale dell’artico e delle aurore boreali, Tromsø, Norvegia del nord, 360 chilometri dal circolo polare artico, affacciata tra i mari di Norvegia e di Barents, quella che lui definisce «l’estrema periferia umana». Antropologo, fotografo e film-maker, ha vissuto in diversi luoghi del mondo ed è nato in Trentino ma ha Mantova nel suo Dna.
Alessandro Belleli era un bimbo quando passava le feste di Natale in famiglia, nella grande casa del bisnonno Rodolfo, patriarca dell'industria Belleli. «Pranzi ai quali non avrei mai rinunciato» racconta. Oggi quarantenne, in questi giorni è a Mantova per realizzare un altro tassello del progetto a cui sta lavorando da due anni e che ne richiederà altrettanti per essere concluso: un documentario di ispirazione antropologica il cui filo conduttore è l’Antropocene, l’era dell’uomo, in cui gli esseri umani hanno un impatto enorme su tutto l’ecosistema terrestre.
E quindi il filo si dipana sull’industria energetico-petrolifera, la pesca, l’ambientalismo, il futuro delle nuove generazioni. In Norvegia e in Pianura Padana. Perché i 3.650 chilometri che le separano non annullano storie e destini comuni, che Alessandro ricostruirà attraverso il racconto di alcuni testimoni, in un dialogo intergenerazionale, dal locale al globale.
La scintilla nasce cinque anni fa, quando diventa papà: «Non si possono ignorare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla nostra vita e su quella dei nostri figli: in Artico sono così visibili che non si può fare a meno di mettere in discussione l’ulteriore sviluppo dell'industria del petrolio e del gas che continua a cercare giacimenti estrattivi al nord, anche se i combustibili fossili sono il principale motore del cambiamento climatico che sta distruggendo le basi della nostra esistenza futura». Terra di mille fiordi e insenature quella in cui vive e che studia dal 2010. «Alcune caratteristiche stagionali sono scomparse – spiega – ci sono laghi ghiacciati sui quali si poteva camminare da sempre ma ora le temperature li rendono insicuri. Cambia la pastorizia con le renne, cambia la pesca, le conoscenze millenarie dei popoli indigeni si frantumano. Sono processi irreversibili che mettono a repentaglio la loro sussistenza e lo stile di vita».
Così, osservando il territorio che cambia, dal Paese che è il più grande produttore di petrolio e gas naturale dell’Europa occidentale, guardando la piattaforma galleggiante più grande d’Europa, la Goliat, l’antropologo pensa a quelle costruite dalla Belleli nello stabilimento di Taranto e arrivate in ogni parte del mondo. Pensa al Mare del Nord, dove l’estrazione sta compromettendo le millenarie zone di riproduzione del merluzzo e pensa ai laghi di Mantova «pieni di pesce che non si può mangiare».
E compone il progetto antropologico visivo che ha avuto un benestare coi fiocchi: annunciato alla Conferenza internazionale sul clima di Bergen, è appoggiato dal centro per il cinema della Norvegia del Nord e dall’ambasciata italiana ad Oslo. L’acqua, la pesca. Alla ricerca di risposte, incontra persone del nord per ascoltare i loro pensieri: Morten, operaio petrolifero e padre di quattro figli, Ingvild, cantante e attivista ambientale, Paul, un esperto pescatore locale. E nel suo scouting qui, più a sud, trova a Mantova i loro alter ego: la dottoressa Gloria Costani e il suo blog Salute Ambiente Futuro; Claudio Meneghetti, figlio degli ultimi pescatori professionisti in Vallazza, con cui naviga il Mincio e i laghi; chi amministra e chi ha amministrato l’area protetta Parco del Mincio, il presidente Maurizio Pellizzer e Andrea Fiozzi, neo manager della biodiversità.
In questi incontri la famiglia Belleli affiora ancora una volta: «Il trisnonno era un pescatore e parlando con un pescatore in Norvegia era come se stessi parlando con lui». E in questo parallelo tra la città scandinava e quella dei trisavoli, unita dai camini dell’industria che in entrambi i casi affiorano dall'acqua, il dottor Belleli sintetizza.
«Due microcosmi che sono metafora del capitalismo. Dove l'industria petrolchimica ha snaturato l’ambiente. Cosa fare per ripensarci? Per Mantova i laghi sono un grembo, un simbolo di resilienza della natura. Sul loro futuro si gioca l’identità della città. È importante ristabilire un rapporto più vicino e di non diffidenza fra la popolazione e i laghi, recuperando il sistema ambientale ed ecologico ma anche quello identitario. Credo sia importante dare molto spazio a tutte le iniziative e le occasioni che vanno in direzione di questo riappropriarsi dei laghi da parte della popolazione e riconnettersi con l'antenato storico mantovano: il pescatore. Non sono un’attivista ma come genitori dobbiamo credere nell’utopia, nella poesia e questo progetto sarà un contributo al dialogo che già esiste, aprendo lo sguardo non solo sul locale».