Filma di nascosto amiche e colleghe mentre sono in bagno, 39enne nei guai
PAVIA
Per 15 anni, sostiene l’accusa, ha filmato amiche, colleghe e una vicina di casa piazzando piccole telecamere nei bagni, in ogni occasione possibile. Dalla pausa pranzo, alla cena in pizzeria o la vacanza tutti insieme. Fino a che un errore gli è stato fatale ed è stato scoperto: una vicina di casa ha trovato per caso una telecamera vicino alla finestra del suo bagno, notando un cavo penzolante che spuntava dall’infisso semiaperto.
La polizia ha sequestrato il suo computer, il cellulare e vari hard disk, da cui sono spuntati centinaia di filmati, tutti catalogati e divisi a partire dal nome della vittima. Una trentina le donne finite nell’archivio del voyeur: 12 lo hanno denunciato. G. S., 39 anni di Pavia, informatico, si trova ora sotto giudizio in tribunale, davanti al giudice Carlo Pasta, per le accuse di interferenze illecite nella vita privata e molestie. A ottobre le donne che lo hanno denunciato sfileranno in tribunale perché convocate dal giudice, che vuole verificare la loro volontà di andare avanti con la richiesta di risarcimento del danno.
La scoperta
La storia viene fuori due anni fa, un giorno di giugno del 2021, quando la vicina di casa dell’imputato si accorge, mentre è in bagno, di un cavetto che penzola fuori dalla finestra, semiaperta. Lo recupera e guardandolo con attenzione capisce, con stupore e indignazione, che si tratta di una piccola telecamera. Qualcuno l’ha piazzata in quel punto, vicino alla finestra del bagno, per spiarla.
Mentre sta per chiamare la polizia sente bussare: è il suo vicino di casa che ammette, forse con una certa leggerezza, di essere il proprietario del dispositivo elettronico e che lo rivuole indietro.
All’arrivo della volante la donna spiega l’accaduto e sporge denuncia. Tanto basta per fare partire le indagini, che si rivelano lunghe e complesse.
La perizia sul computer
La procura, infatti, decide di disporre una perizia sul materiale sequestrato a casa dell’uomo: nel computer e in alcuni hard disk gli investigatori trovano infatti tantissimi file, centinaia, con donne nude o riprese in momenti intimi.
Quasi tutte sono state filmate in bagno, anche se in luoghi diversi: la casa in cui hanno trascorso le vacanze, il ristorante dove andavano a cena o a pranzo. Tra le vittime ci sono amiche, soprattutto, e colleghe, più qualche sconosciuta. Le amiche e le colleghe vengono avvisate e stentano a credere a quello che vedono.
Ogni donna ha un suo fascicolo, con il proprio nome, in cui sono raccolti vari filmati. La perizia degli esperti sembra non lasciare dubbi: quel materiale è stato raccolto in maniera illecita, attraverso piccole telecamere installate in luoghi privati, come appunto le toilette. Per l’informatico scattano le accuse di interferenza illecita nella vita privata e di molestie.
Pochi giorni fa si è svolta in tribunale l’udienza predibattimentale: non ancora un vero e proprio processo, ma una fase preliminare in cui il giudice deve valutare se andare avanti con il giudizio oppure se ci sono elementi per prosciogliere l’imputato.
La volontà di risarcire
In udienza l’imputato ha manifestato la volontà di risarcire e i suoi avvocati (Orietta Stella e Cristina Castagnola) hanno chiesto la messa alla prova, uno strumento che prevede l’estinzione del reato al termine di un periodo di lavori di pubblica utilità e che di norma è concesso a condizione che le vittime siano risarcite.
Proprio per valutare il risarcimento il giudice Pasta ha rinviato l’udienza, a ottobre, convocando tutte le parti offese: la riforma Cartabia prevede infatti che l’assenza al processo equivale a una remissione di querela. Al momento solo alcune hanno nominato un proprio avvocato e si sono costituite parte civile per la richiesta dei danni.
La richiesta di messa alla prova
L’imputato ha manifestato l’intenzione di risarcire le donne che ha filmato, ma allo stesso tempo chiede la messa alla prova, di poter cioè svolgere lavori di pubblica utilità per estinguere il reato e chiudere così i suoi conti con la giustizia. Il giudice deve ancora decidere se accogliere le richieste: alla prossima udienza sono state convocate le 12 donne che lo hanno denunciato, così da capire quante vogliono andare avanti con i risarcimenti (per la Cartabia la mancata comparizione in tribunale equivale a rimettere la querela). L’uomo deve rispondere di due contestazioni: interferenza illecita nella vita privata e molestie. Il primo reato, previsto dall’articolo 615 bis del codice penale, si realizza quando qualcuno, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, «si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata», ed è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.