Casalesi a Eraclea. La Cassazione: «Associazione mafiosa». Ricorsi inammissibili, pena ridotta a Teso
A Eraclea ha agito un’associazione di stampo camorristico. È definitivo. Così ha deciso la Corte di Cassazione dichiarando inammissibili i ricorsi dei 16 imputati del cosiddetto processo al “Clan dei casalesi di Eraclea”, che avevano scelto il rito abbreviato e che sono già stati condannati in primo e secondo grado, dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d’Appello (in un caso, prescritta). Sentenza divenuta ora definitiva.
Teso: pena ridotta
Su 16, solo nel caso dell’ex sindaco di Eraclea Graziano Teso la Corte ha rideterminato - al ribasso - la pena: 2 anni e 2 mesi di reclusione, contro i 3 anni e 2 mesi della condanna di appello. Uno sconto importante ai fini di come dovrà scontare la pena.
Del resto, lo stesso procuratore generale Ettore Pedicini aveva proposto che la sola posizione di Teso tornasse al vaglio dell’Appello per la quantificazione della pena, essendo passato molto tempo dai fatti a lui contestati. I giudici supremi hanno stabilito di abbassarla subito. Rideterminata anche la pena pecuniaria per Fabrizio Formica.
La tabella con le condanne
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Fu vera associazione mafiosa
La decisione è arrivata alle 22.30, dopo sei ore di camera di consiglio e una lunga battaglia degli avvocati difensori per cercare di smontare proprio l’accusa più pesante, di associazione di stampo mafioso.
Nel respingere i ricorsi e confermare la sentenza d’appello, la Corte ha di fatto ribadito in via definitiva che a Eraclea ha agito, per anni, un’associazione criminale di stampo camorristico.
In attesa delle motivazioni della Cassazione, restano per ora le parole usate dalla Corte d’Appello: proclamarsi «casalesi di Eraclea» non è stata «una mera millanteria sfruttata in Veneto per intimidire» - hanno scritto il presidente Citterio e i giudici Brunello e Sgubbi - ma la partecipazione a un’associazione di stampo mafioso operativa dal 1999 agli arresti del 2019, «gemmazione della realtà camorristica casalese, una derivazione dalla casa madre (...) che ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta, quando Luciano Donadio e Raffaele Buonanno collocano a Eraclea la loro dimora e il centro dei loro interessi economici e patrimoniali, senza recidere il legame con Casal di Principe», mantenendo contatti con membri della famiglia Iovane e Nicola Schiavone».
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Il cortocircuito
Resta il cortocircuito temporale con il fatto che quegli stessi Donadio e Buonanno considerati ai vertici dell’organizzazione, sono ancora in attesa della loro sentenza di primo grado.
Dopo 3 anni di udienze e centinaia di testi, sta giungendo a sentenza il processo davanti al Tribunale di Venezia - presidente Stefano Manduzio, giudici Claudia Ardita e Marco Bertolo - chiamato a giudicare 56 imputati, tra i quali (appunto) quelli che sono tuttora i presunti vertici del clan.
Il Tribunale è libero nel suo giudizio, stabilirà se vi sia stata o no “camorra” a Eraclea, tra estorsioni, lavoro nero, false fatture, armi, attentati, accordi con gli amministratori: i pm Roberto Terzo e Federica Baccaglini il 27 aprile avanzeranno le richieste di condanna. Poi toccherà a parti civili e alle difese.
I condannati
Con la decisione della Cassazione, diventano definitive le condanne degli uomini di fiducia del gruppo, come quella dell’imprenditore di San Donà Christian Sgnaolin, braccio destro finanziario di Luciano Donadio e poi collaboratore nelle indagini.
E come pure quelle di altri “dirigenti” e protagonisti delle spedizioni punitive: Antonio Basile, Nunzio Confuorto, Giacomo Fabozzi, Antonio Puoti, Tommaso Napoletano. Morto di recente, Antonio Cugno.
In arrivo i risarcimenti per le parti civili: presidenza del Consiglio dei ministri, ministero dell’Interno, associazione Libera, Cgil, il broker Fabio Gaiatto.