Tra lingotti d’oro e valigette di carta e caffè Ecco la locale della ’ndrangheta di Ivrea
Ivrea
La locale della ’ndrangheta di Ivrea. C’era ed è stata operante almeno dal 2015 al 2017, secondo la pm Livia Locci che ha condotto le indagini da Torino. È la prima volta che la Direzione distrettuale antimafia lo scrive nero su bianco, in un’ordinanza di custodia cautelare.
La città eporediese si è risvegliata nella mattinata di ieri con 9 arresti che hanno rotto quella bolla dorata che in tanti credevano la dividesse da Cuorgnè, Chivasso, Rivarolo, San Giusto, Volpiano, Aosta, tutte nel raggio di 70 chilometri, toccate a sorti alterne dal fenomeno mafioso.
Tra gli arrestati dai carabinieri del comando provinciale di Torino, accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, presunti componenti della locale di Ivrea, sono almeno tre i nomi conosciuti in città: Piero Speranza, 63enne, di Bollengo (difeso dall’avvocato Celere Spaziante), Flavio Carta, 48enne di Samone (avvocato Leo Davoli) e Aniello Buondonno, 55enne di Samone (avvocato Enrico Scolari). Stessa accusa per altri due domiciliati a Ivrea: Antonino Mammoliti, 57 anni, e Stefano Marino, 61 anni. Le figure di spicco, però, erano Domenico Alvaro, 45enne di Chivasso, e suo padre Carmine, 69 anni, che dirigeva l’organizzazione da Sinopoli in provincia di Reggio Calabria.
Quello Alvaro, tuttavia, non era l’unico clan attivo a Ivrea. Sono finiti in manette anche due esponenti del clan Belfiore, Giuseppe e Francesco, di 66 e 49 anni, accusati di un’estorsione ai danni di Speranza e Francesco Vavalà, 67 anni. Fatto che sarebbe avvenuto in seguito a una truffa che i due avrebbero messo a segno.
I Belfiore, secondo gli inquirenti, ritenevano il territorio in cui è stata commessa la truffa di loro competenza. Il nono arrestato è proprio Vavalà, a cui non è contestata l’appartenenza alla locale di Ivrea, ma il concorso in tre delle truffe che riguardavano il sodalizio.
Alcune delle riunioni tra i due clan sul tema sarebbe andata in scena proprio al Lago Just Blu di Bollengo, nel 2016. Il circolo di cui Speranza è stato ritenuto socio occulto nel corso di un’altra inchiesta giudiziaria e che nel 2022 è stato crivellato da una trentina di colpi di mitra. Fatto, però, che non rientra in questa indagine.
Principalmente le oltre mille pagine di ordinanza di custodia cautelare raccontano di truffe, usura ed estorsioni, messe a segno facendo pesare rapporti e prestigio criminale con famiglie malavitose. Alle vittime veniva spesso prospettata la possibilità di comprare “denaro sporco” a prezzi inferiori. Come il caso in cui tra gli altri, gli arrestati Piero Speranza, Domenico Alvaro, Stefano Marino e Francesco Vavalà avrebbero ricevuto prima 380mila euro in preziosi e orologi dalla vittima, poi tre chili d’oro suddivisi in lingotti per un valore commerciale di 107mila euro. Per convincerlo gli avrebbero mostrato tre sacchi pieni di banconote da 500 euro, che però non furono mai corrisposte. In cambio, dopo, la seconda tranche, gli avrebbero consegnato una valigetta chiusa riempita con carta e pacchetti di caffè.
Nell’ordinanza, tuttavia, si parla anche di usura. In particolare per un prestito a un imprenditore edile a Ivrea da parte di Speranza. I soldi sarebbero stati corrisposti dopo lavori commissionati da Domenico Alvaro alla sua abitazione di Chivasso, mai pagati all’imprenditore. Una vicenda in cui, secondo gli inquirenti, sarebbero coinvolti anche Buondonno, Carta, Marino e Mammoliti.