Lo stop alla perizia sui reperti di Unabomber, il procuratore De Nicolo: «Inviati senza aprirli»
UDINE. «La classica tempesta in un bicchier d’acqua». Così il procuratore capo di Trieste, Antonio De Nicolo, liquida l’intoppo all’origine della battuta d’arresto allo svolgimento della perizia cominciata lo scorso 28 marzo sui dieci reperti dai quali, con le tecnologie attuali, si conta o, quantomeno, si spera di estrarre tracce genetiche di Unabomber.
«Quelli inviati al Ris di Parma sono involucri rimasti chiusi dall’epoca delle precedenti inchieste. Anche vent’anni, quindi – spiega –. Abbiamo scelto di non aprirli, proprio per semplificare il lavoro e lasciare che a redigere i relativi verbali di apertura fossero direttamente i professionisti nominati in sede di conferimento dell’incarico».
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Nessun pasticcio, insomma, nonostante l’alert con cui il colonnello Giampietro Lago, l’altro giorno, a nome del collegio dei periti, aveva segnalato al gip del tribunale di Trieste, Luigi Dainotti, una difformità tra l’elenco dei reperti indicato dalla Procura e quanto trovato nel corso delle primissime sessioni di lavoro aprendo i contenitori.
«L’individuazione dei reperti che potrebbero utilmente essere comparati – continua De Nicolo, che insieme al collega Federico Frezza coordina le indagini sul caso, ripartito lo scorso ottobre su richiesta del giornalista Marco Maisano e di due delle vittime del misterioso bombarolo, Francesca Girardi e Greta Momesso – è stata elaborata sulla base degli appunti di cui disponevamo».
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Una selezione a tavolino, insomma, e senza bisogno di rimettere mano al materiale in sequestro. «La decisione è stata presa d’accordo con gli stessi carabinieri del Ris, che quindi sapevano che ci sarebbero stati più reperti di quelli proposti», aggiunge.
Già, perchè visto che, in passato, alcuni degli involucri che contenevano i singoli reperti furono raccolti e conservati accanto ad altri involucri, all’interno di scatoloni più grandi, si è ritenuto di recapitare a Parma direttamente questi ultimi. «Era prevedibile e scontato che ne avrebbero trovati in numero superiore a dieci. Ma trattandosi di reperti non soltanto sigillati, ma anche facilmente identificabili da etichette e descrizioni – osserva –, non vedo grossi problemi. Il che, va da sè, non esclude a priori l’ipotesi di eventuali errori, magari risalenti all’epoca dell’impacchettamento».
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Nel segnalare al gip la presenza di alcuni reperti diversi da quelli attesi, il comandante Lago, incaricato insieme all’antropologa molecolare forense Elena Pilli, dell’università di Firenze, e nota per avere lavorato, tra gli altri, al caso di Yara Gambirasio, li aveva definiti «di potenziale interesse per le finalità peritali».
Nel novero, anche la copertina trasparente di un cd e un pezzo di nastro adesivo. «Se ancora integri, dopo tutti questi anni, chiederemo a nostra volta al gip di estendere il quesito anche a quei reperti», ha detto il procuratore.
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Erano stati in particolare i consulenti tecnici delle difese dei fratelli Elvio e Galliano Zornitta - rispettivamente, il genetista forense Enrico Pagnotta e il direttore compartimentale del Gemelli di Roma, Lorenzo Pascoli - a sollevare perplessità e chiedere lo stop alle operazioni peritali.
E sarà ora una nuova udienza a fissare la nuova perimetrazione dell’indagine che punta a fare finalmente luce su tredici anni di attentati (dal 1994 al 2007) e di paura a Nord-Est. —