Torna nei versi di Cergoly il mosaico scomposto della “Latitudine Nord”
TRIESTE. Era il 1928 quando Carolus Cergoly si affacciò al mondo della letteratura con la sua prima raccolta in versi, “Maaagaalà”. Ed era il 1982 quando uscì la sua ultima silloge. Più di cinquant’anni di poesia insomma, che Fulvio Senardi ha perfettamente sintetizzato nell’introduzione di “Latitudine Nord. Tutte le poesie mitteleuropee in lessico triestino”, riedito ora dal Circolo della Stampa di Trieste e Hammerle Editori (pagg. 250), con illustrazioni a firma di Giorgio Godina, presente già nella cover con un omaggio a Maurits Cornelis Escher.
Lo stile di Godina
Lo stile di Godina delinea disegni a tratti scientifici o d’invenzione che ci restituiscono l’abilità di comporre e scomporre, un segno piuttosto vicino al poeta. “Latitudine Nord” fu pubblicato per la prima volta nel 1980 nella prestigiosa collana de Lo Specchio-Mondadori, introdotto da Giovanni Giudici. Ma prima, già nel 1976, fu un altro grande poeta a interessarsi a Cergoly, Giovanni Raboni, che allora dirigeva “I quaderni della Fenice” di Guanda, eredità della storica Società di Poesia, lì dove agivano i migliori talent scout del genere.
Raboni e Pasolini
Raboni non fu l’unico ad accorgersi di Cergoly, ne scrisse Pasolini, oltre a Giudici, e Zanzotto, come dire: i must dell’epoca.
Per venire ai nostri giorni, anche Claudio Grisancich è testimone di una qualità riconosciuta anche da chi, più che altro per motivi politici, non era in ottimi rapporti con Carolus: «Dopo la morte di Virgilio Giotti – ci confida Grisancich – chiesi ad Anita Pittoni chi era un poeta dialettale da tenere in considerazione. Anita mi disse di andare a trovare in Galleria dei Rettori, in piazzetta del Rosario, il titolare: Cergoly, che “ha scritto”, mi disse “delle bellissime, forti poesie”». A poco più di quarant’anni della sua più celebre raccolta in versi, la nuova edizione di “Latitudine Nord” sarà presentato martedì 4 aprile al Circolo della Stampa (alle 17.30, letture di Marzia Postogna).
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La storia del poeta
Ripercorriamo quindi la storia del poeta con quella che è stata la sua raccolta maggiore, strutturata in forma antologica. Ci metterà poco, Carolus, dopo le prime prove d’avanguardia e le poesie giovanili, ci metterà poco si diceva per dipingere una sorta di Ulisse moderno attraverso cui definire la propria identità, non priva di edonismo come nel migliore spirito triestino: “Su corde incatramade / Riposerò beato / Col membro stanco / Puntinà de rosa...” lì dove lo scopo è anche quello – al contrario del mito – di incantare le sirene. Da subito si spinge verso la più classica tradizione erotica veneziana, non senza singolari elementi di contrasto che vanno dai Lai medioevali alle rime petrose a quel stilnovismo che tanto si basa sulla distanza e sul desiderio: «un viveur-seduttore, degustatore d’arte e di letteratura» lo definisce Senardi, perfetta descrizione che accoglie anche la profondità identitaria che va dal ricordo della scuola imperiale della Trieste asburgica al crollo dell’Ancien régime centro europeo.
I colori del tempo
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Ma è forse con la successiva “I colori del tempo” che la poetica cergolyana raggiunge quell’apice esistenziale che traduce la sua prensilità alla vita che è, al contempo, gioia di vivere e solitudine: “El meo de mi – scrive – Nissun me lo capissi / El xe cussì serrado / In certi abissi / Che per trovarlo / I doveria spelarme”. Ed è in mezzo a questo colori che la natura diviene ideale consolatorio per rientrare poi nel vivo senso della Storia con la poesia più alta, quella de “Le clandestine”, frutto di una liricità che Cergoly integra perfettamente a uno stile più freddo, alla Spoon River (“Gino Parin / Pittor / El se firmava” o “Rachele fia de Simon / Viso de porcellana...”). La tragedia dell’Olocausto si evidenzia (anche) nello stile cumulativo che caratterizza da sempre la poetica cergolyana. Infine Trieste riemerge viva ne “Il Ponte Rosso”: «Un cantico dei cantici che mescola la città e le persone, una trascinante sarabanda» scrive Senardi, di incontenibile vitalismo. D’altra parte Carolus Luigi Cergoly è forse l’autore triestino più votato (soprattutto in narrativa) al gusto della scomposizione linguistica, che nei suoi testi fa emergere un perfetto mosaico mitteleuropeo. Cergoly, appunto, lo «scompositore», alla stessa stregua di Trieste, che fu scomposta, divisa, scollegata e che cadde più volte nell’ambiguità dolorosa che costituisce la sua essenza. Non è un caso che lo stesso poeta abbia definito il suo romanzo più celebre, “Il complesso dell’Imperatore” (1979), «Collages di fantasie e memorie di un mitteleuropeo».
Mosaico mitteleuropeo
E qui torna un altro elemento costante della sua ricerca. Come osservò Elvio Guagnini in “Una città d’autore”, Cergoly rappresenta un perfetto mosaico mitteleuropeo. Difficilmente nei sottotitoli delle sue opere non compare questo aggettivo, «mitteleuropeo», appunto. Se “Il complesso dell’Imperatore” evoca una Trieste che diviene mezzo di un mondo “soprannazionale”, le fa da contrappunto il celebre verso dedicato alla città «Del sì del da del ja». Più lineare nella poesia, più sperimentale nella narrativa, Cergoly ha ben presente la lezione di Joyce – che tra l’altro conoscerà giovanissimo – tradotta nella sua personale vena antilirica e anticonsolatoria.