È ancora emergenza camerieri e baristi: Mantova (per ora) in controtendenza
Il buco è vistoso: all’appello mancano cinquantamila lavoratori dei duecentodiecimila che misurano il fabbisogno delle imprese turistiche italiane in vista della Pasqua e dei successivi ponti di primavera. Si fa fatica soprattutto a trovare facchini, camerieri, lavapiatti e addetti alle pulizie. Figure non qualificate, introvabili quasi in quattro casi su dieci. Così secondo la stima nazionale di Assoturismo Confesercenti.
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Un disastro, soprattutto adesso che l’onda lunga del “turismo di vendetta” continua a riempire le città d’arte e, a breve, rianimerà anche le località di mare. È la febbre di muoversi e vedere posti, cose, gente dopo la prigionia dei lockdown. È la frenesia di ribellarsi anche ai morsi della crisi economica, alla minaccia della guerra, all’incertezza del futuro. Insomma, per le imprese turistiche è già emergenza Pasqua. «Ma non qui a Mantova» rassicura il vicepresidente provinciale di Confesercenti Stefano Solci, che di mestiere fa il ristoratore.
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Possibile che nel giro di pochi mesi, dall’estate alla primavera, l’affanno si sia già ridimensionato? Eppure anche a Mantova era emergenza vera, testimoniata dal lamento collettivo degli addetti. «Sì, adesso il bicchiere lo vediamo mezzo pieno – risponde Solci – il nostro settore ha vissuto un momento tragico durante il lockdown, e molti lavoratori, appesi all’incertezza della cassa integrazione, hanno scelto d’impiegarsi altrove, chi nei supermercati chi nella logistica. Attività risparmiate dalle restrizioni più severe. Insomma, questi lavoratori persi non li abbiamo più recuperati. Con la complicazione ulteriore del reddito di cittadinanza, strumento prezioso per le categorie più disagiate, ma di cui ha approfittato anche tanta gente che avrebbe avuto la possibilità di lavorare».
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Cos’è cambiato, quindi? «Innanzitutto la rivisitazione del reddito di cittadinanza, da riservare solo a chi ne ha davvero necessità – argomenta Solci – e, probabilmente, anche il bisogno di arrotondare, magari facendo un secondo lavoro per reggere l’urto della crisi economica, con l’inflazione e il carovita. Fatto sta che registriamo una piccola inversione di tendenza, sia io che i miei colleghi. L’anno scorso si è presentata soltanto una persona a chiedermi un lavoro nei mesi più trafficati, quest’anno, invece, ho già raccolto diverse domande».
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Mezzo pieno, il bicchiere, perché comunque resistono delle strozzature: se tornano a riaffacciarsi i candidati alle mansioni più semplici, o addestrabili attraverso un percorso di formazione snello, è sempre un’impresa trovare delle figure qualificate, a partire dai cuochi. «Il nostro è un mestiere di passione e non sempre le nuove generazioni sembrano disposte a sopportare dei sacrifici, in termini di impegno e orari» ripete Solci. Pronto a lasciarsi smentire.