Va a Vivian Lamarque il Premio Umberto Saba: «La mia poesia ha due madri»
TRIESTE Scoperta da Vittorio Sereni con quel “Teresino” che meritò il Premio Viareggio Opera Prima nel 1981, Vivian Lamarque è oggi tra le voci più alte della nostra poesia. A lei va il Premio Umberto Saba, promosso dalla Regione, dal Comune di Trieste con Lets e Fondazione Pordenonelegge.
Il riconoscimento, conferitole per l’ultimo libro “L’amore da vecchia” (Mondadori, 2022), le sarà consegnato il 24 marzo, alle 11, al Museo Sartorio di Trieste. L’incontro vedrà protagonisti, con la vincitrice, i giurati Claudio Grisancich (presidente), Gian Mario Villalta, Antonio Riccardi, Franca Mancinelli e il critico Roberto Galaverni. L’ingresso è libero e aperto al pubblico fino a esaurimento dei posti (è suggerita la prenotazione al sito www.pordenonelegge.it, clicclando alla voce Accedi).
Una connessione naturale, quella di Saba e Lamarque, per diversi motivi, dall’onestà come principio fondante della scrittura all’esperienza della psicoanalisi. Il percorso della poetessa è raccolto anche nell’Oscar a lei dedicato, trent’anni di poesia, dal 1972 al 2002. Un talento che si è sempre riconfermato come in “Madre d’inverno” e il recentissimo “L’amore da vecchia” (entrambi editi ne Lo Specchio Mondadori), che le è valso il Premio Saba, giunto alla terza edizione.
Dotata di una sempre rinnovata freschezza, si esprime anche in altri generi, nella letteratura per l’infanzia ad esempio, sia in prosa che in versi. Ma nella poesia c’è un tratto di originalità unico che ci restituisce leggerezza, certo, ma anche una “feroce grazia”, ovvero la capacità di centrare una questione, un sentimento buono nel suo più alto stato emotivo, senza privarlo del suo aspetto più tagliente. Insomma Lamarque non cade mai nel gioco del sentimentalismo, il suo casomai è un doppio gioco in grado di evocare i molteplici aspetti dell’esistenza con uno stile anticonsolatorio, ma aggraziato. E così che ci racconta la vita, l’amore e la morte.
Com’è comparsa la poesia?
«In un quaderno del 1956 - risponde Vivian Lamarque - , che conservo. Sedici poesie e mezza. Avevo appena scoperto, a dieci anni, di avere due madri e le prime due poesie descrivono una vicina - incredibile, triestina! - sul cui sofà scrissi quei testi. In una descrivevo una madre buona e nell’altra cattiva. Belle e sistemate le due madri...».
Parliamo di Saba, ha molto in comune con quella “scontrosa grazia”. E in più la psicoanalisi...
«Effettivamente c’è il comune inizio di vita con nessun padre e due madri (per Saba la madre e la balia). Quanto all’analisi, freudiana la sua e junghiana la mia, approfondisce questo aspetto Rossana Dedola nel mio Oscar Poesie, che riaccende la luce anche sul “piccolo Berto”».
Tra i suoi amori emergono spesso Dickinson e Szymborska. Cosa le piace di queste due autrici?
«Della Szymborska l’ironia. Di Emily tutto. Specie quando con il suo pennino tocca come con un bisturi la morte. Ne scrive come se l’avesse già assaggiata. Dal suo giardino di Amherst colsi degli anemoni e glieli portai. Dalla sua tomba colsi dell’erbetta e me la tenni».
Il suo ultimo titolo è “L’amore da vecchia”, quindi le chiedo: qual è la sua ultima passione?
«Vivian-vecchia suona bene. Ho 77 anni ma dico sempre 80, così mi fanno più festa. Non c’è mai un’“ultima” passione. Mi accendo continuamente come un fiammifero. Certo anche mi spengo, ma subito mi riaccendo. Vita complicata, tra scottature e ghiacci. Dirai ma di cosa ti accendi? Anche di nulla: l’altra sera nel buio milanese dei vasi sul mio balcone vedo una luce azzurrina intermittente, mi agito, una lucciola? un Ufo? No, era il riflesso dell’insegna blu del garage sotto casa, che felicità».
Il libro è un inno all’amore per poeti, film, nipoti, animali, piante. Ma c’è anche l’idea di morte e di abbandono. La poesia è iniziata lì? Quando ha scoperto di essere una figlia adottiva?
«Ormai la mia storia è vecchia come il cucco, come me. È inverosimile, sembra tutta inventata. Ma ho le prove! Stavo leggendo “Senza Famiglia” di Hector Malot. Incomincia con “Sono un trovatello” e sino a otto anni non aveva saputo di esserlo. Drizzai le orecchie. Forse senza saperlo covavo già dubbi, specie per un nuovo cognome che in quei giorni tornando da scuola avevo trovato sulla porta; già una volta, a Livorno, in colonia, era successo così, e all’appello non avevo risposto. Insomma chiusi il libro e mi misi a cercare per casa chissà cosa, finché in un armadio trovai una busta di documenti. A nove mesi ero stata respinta da una antica famiglia di Moderatori e Teologi valdesi, in quanto illegittima. Col tempo li rintracciai tutti e un po’ mi accolsero. Invece mi respinge tuttora il lato paterno, di Trento».
Lei in passato ha dichiarato che le piacerebbe vivere in una città di mare. Le piace Trieste?
«Sì l’ho detto, ma non avevo 80 anni allora! Ora, a spostarli i bicchieri vecchi, rischiano di andare a pezzi. Non mi muoverò, mi farò fare un tromp l’oeil. Trieste mi piace molto, fosse solo più caldina, un po’ napoletana, o se Napoli fosse un po’ asburgica...».