Biotestamento per pochi: in Fvg lo hanno scritto solo 5 cittadini su mille
La legge esiste da cinque anni ma in pochi la conoscono. Riguarda aspetti intimi della vita: il dolore, la malattia, la morte. Riguarda tutti, nessuno escluso, ma soltanto una minima parte degli abitanti del Friuli Venezia Giulia - 4.517 persone, lo 0,5% circa dei maggiorenni - ha scritto e depositato il proprio testamento biologico. Ossia le Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento. Quelle volontà che permettono, quando si è nel pieno delle facoltà mentali, di chiedere in che modo essere accompagnati - quando sarà il momento - alla morte: scegliere, quando si è ancora lucidi e sani, l’interruzione delle cure per accelerare l’addio e smettere di soffrire; o al contrario indicare che mai, fino all’ultimo, i trattamenti vengano interrotti.
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La nascita della legge
La norma nasce dalla tragedia di Eluana Englaro, e dall’infinita battaglia che suo padre Beppino ha condotto perché l’Italia riconoscesse alla sua unica figlia, in coma da 17 anni dopo un incidente stradale, il diritto a morire legalmente. Mettendo fine, era il 2009, alle sue sofferenze. Otto anni dopo la legge 219 ha visto la luce: approvata nel 2017, la legge sul testamento biologico è entrata in vigore il 31 gennaio 2018.
A distanza di cinque anni, come si diceva rimane una delle norme meno conosciute dagli italiani, abitanti del Friuli Venezia Giulia compresi. Nel Comune di Trieste sono state depositate sin qui in tutto 1140 Dat. Il registro in realtà è attivo dal 2014, quando ancora le Dichiarazioni avevano un valore perlopiù morale. E, a partire dall’approvazione della 219, anche a quelle dichiarazioni sono state applicate le nuove disposizioni.
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Numeri ancora bassi
I numeri, tuttavia, rimangono bassi. E negli altri comuni del Fvg la situazione non è molto diversa. L’ufficio anagrafe di Udine comunica che ad aver depositato le Dat sono state sin qui 523 persone: un dato peraltro che non risulta aggiornato dal marzo dello scorso anno. A Pordenone le Dat si riferiscono a 248 persone, a Gorizia 135, a Monfalcone 129. La percentuale è più o meno sempre la stessa: solo lo 0,5% dei cittadini maggiorenni ha compilato il proprio testamento biologico. Una persona su duecento. Qualcosa dev’essere andato storto: procedure forse poco chiare, dubbi e incertezze su una pratica che, del resto, tocca corde sensibili.
L’associazione Coscioni
A spezzare il silenzio, anche a livello locale, è così oggi l’associazione Luca Coscioni. A cinque anni dall’entrata in vigore della legge, Gabriele Isola, coordinatore della cellula triestina dell’associazione Coscioni, denuncia «la disinformazione sul biotestamento, sul quale non è mai stata realizzata una campagna istituzionale». E così accade che «in centinaia di situazioni l'assenza di un testamento biologico porti a dover affrontare un fine vita diverso dalla propria volontà». Tant’è che, da un’indagine fatta nei mesi scorsi dall’associazione, emerge che solo lo 0,4% degli italiani maggiorenni - ossia 185.500 - ha depositato le Dat. In Fvg i numeri sono dunque in linea con il dato nazionale.
Come funziona
Il documento, ricorda Isola, dopo essere stato depositato da un notaio o negli uffici dei comuni deve essere inviato alla banca dati del ministero della Salute, perché resti a disposizione degli ospedali che ne avessero bisogno per un paziente. Sotto questo aspetto, la nostra è una delle regioni in cui la comunicazione avviene nel modo più puntuale: il 98,8% dei biotestamenti depositati negli ultimi cinque anni è stato infatti trasmesso alla banca dati. I numeri assoluti però rimangono bassi. Un vuoto determinato, forse più che dai timori che lo accompagnano, «dalla scarsa consapevolezza» rispetto a quello che a tutti gli effetti «è un nostro diritto».
Da quando è stata varata la legge, ribadisce Isola, il ministero della Salute non ha mai organizzato una campagna informativa in merito alla possibilità di compilare le Dat, sebbene la diffusione di informazioni fosse prevista dalla norma stessa. Citando il testo: «Entro sessanta giorni il ministero della Salute, le regioni e le aziende sanitarie provvedono a informare sulla possibilità di redigere le Dat, anche attraverso i rispettivi siti internet». Da allora, però, sono passati cinque anni. «E la risposta - dice l’associazione - è stata solo il silenzio».
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