Paolo, l’eremita della Vernavola trovato morto nella sua baracca
PAVIA. Si è spento nel suo giaciglio tra i rottami di una vita invisibile. È stato trovato solo tre o quattro giorni dopo la data presunta della morte: Paolo Brambati, “eremita” della Vernavola, è morto a 60 anni, forse per gli stenti di un’esistenza libera ma ai margini della società: un capanno tra i sentieri del parco era la sua casa in zona via Montemaino. Lo ha scoperto Enrico Mascotto, frate di Canepanova, responsabile mensa del convento che l’homeless frequentava per i pasti.
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«Non si faceva vedere da circa un mese e mezzo» dice il frate che, non avendo sue notizie, ha deciso di andare a cercarlo dove il senza dimora passava la notte. «Era un tipo silenzioso, taciturno e gentile, e nonostante gli atteggiamenti un po’ scorbutici era una persona affabile», racconta Mascotto con la voce scossa. Non vedendolo, il frate si è messo sulle tracce di Brambati, poi la scoperta della sua salma dentro il capanno: sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Pavia e i vigili del fuoco. Il decesso è stato accertato dalla guardia medica, e sembrerebbe che la morte sia dovuta agli stenti. Chi lo conosceva non parla di eventuali malattie: «L’età, gli acciacchi e il dormire fuori avranno fatto il resto», conclude Mascotto.
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Veniva per colazione
I volontari della mensa di Canepanova ne serbano un ricordo vivo: «Conduceva un’esistenza solitaria, non parlava tanto – racconta Giuseppina Calabria – veniva spesso al mattino per ritirare la colazione, di solito mangiava da solo senza entrare in mensa. Quando me le chiedeva gli regalavo qualche sigaretta. Ormai da tempo aveva scelto di vivere da solo, in Vernavola».
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Dentro il piccolo capanno che ha eletto a dimora si affastellano i frammenti di una vita ai margini: cataste di lattine e bottiglie di birra, una sull’altra. Decine di mozziconi di candele usate, coperte e scarpe dimesse. Poi un’edizione economica di un libro di Wilbur Smith, diverse riviste di parole crociate compilate quasi per intero: «Amava i cruciverba – aggiunge Calabria – passava di frequente il tempo così». Poi una punta di rammarico per la sua morte: «Mancava da più di un mese. Non è poi una cosa troppo strana per persone che vivono senza dimora, ma forse dobbiamo conoscerli, cercarli un po’ di più quando non li vediamo. Servirebbe più attenzione da parte dei servizi sociali».
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A differenza dei senza dimora che dormono in stazione condividendo la scelta di una vita passata all’aperto, Brambati aveva scelto per sé un’esistenza schiva, isolata, che portava avanti ormai da molto tempo. «Lo conosco dagli anni Novanta – dice don Franco Tassone, referente di Caritas – tendeva a evitare quelle dinamiche di gruppo che a volte si creano tra senza fissa dimora. Era una persona innocua, bisognosa di amicizia ma con molte paure». Sono quelli gli anni in cui il prete tenta un percorso di integrazione: «In quel periodo viveva in una roulotte in Borgo. Con la Casa del giovane abbiamo tentato l’inserimento in comunità, ma tornava sempre senza dimora: la vita da eremita è quella che ha scelto per confrontarsi con paure che dimostrava solo a se stesso».
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Nel passato dell’uomo, forse, il trauma di eventi difficili, quelli che lasciano segni nella mente: «Ha avuto una vita di grandi sofferenze che non vorrei approfondire, una debolezza psichica per la quale meritava di essere aiutato. Ci chiedeva solo un paio di scarpe e qualcosa per coprirsi, per il resto voleva fare da sé». Tassone si fa avanti per chiedere che venga celebrato un funerale decoroso: «Se c’è qualcuno che si può fare avanti per ricordare nel modo giusto una vita, sarebbe un bel gesto in sua memoria».
«Lo conoscevo da anni»
Roberto Alberici, volontario della Ronda della carità, si ricorda di lui: «Lo conosco da tanti anni, era molto solitario, non accettava troppo la presenza altrui. Mi immedesimavo nella sua condizione: aiutare queste persone fa mettere da parte l’orgoglio». Poi condivide i suoi racconti, che possono essere riferiti soltanto al condizionale: «Si faceva chiamare Paolo ma diceva che il suo vero nome era Lorenzo, o almeno così raccontava. Ha accennato di avere una sorella e di aver lavorato per un certo periodo in Germania, e di essere finito in strada dopo il suo rientro in Italia. Vero o no, io ho cercato di aiutarlo come lui voleva, qualche soldo, vestiti, a volte del cibo, cercando sempre di rispettare l’esistenza che aveva scelto».