«Volevano portassi la mamma col Covid in auto a fare i raggi a Vittorio Veneto. Ma mi sono rifiutata»
TREVISO. «I medici delle unità speciali di continuità assistenziale (Usca) locale pretendevano che andassi a prendere in auto mia mamma, positiva al Covid, io negativa, per portarla in ospedale a fare i raggi. Ma mi sono rifiutata». Elena Schipani, 46 anni, trevigiana, libera professionista, racconta la sua esperienza con i genitori entrambi malati di Covid: la mamma a casa sola, il padre ricoverato a Vittorio Veneto con polmonite bilaterale.
Ma soprattutto vuole mettere in luce quelle che definisce «contraddizioni del sistema».
Il papà di 76 anni, Franco Schipani, e la mamma di 73, Marisa Rui, risiedono a Vittorio Veneto. «Mio papà fino a due giorni fa era ricoverato nel reparto di Medicina, con la polmonite bilaterale. Mia mamma da sola a casa, positiva anche lei. Il personale sanitario è venuto a casa a farle il tampone, su segnalazione del medico di base».
E prosegue: «Giovedì, il giorno dopo la scoperta della positività, che risale a mercoledì scorso, i medici dell’Usca mi chiamano mentre mi trovavo a Padova per lavoro, e mi chiedono se vado a prendere la mamma con la mia auto per farle fare i raggi al torace. Mi hanno detto che il protocollo prevedeva che la facessi salire nel sedile posteriore, con la mascherina, nel posto parallelo al mio».
Il racconto continua: «Una volta terminata la radiografia avrei dovuto portarla a casa. Mi sono rifiutata, ho alzato la voce e minacciato di chiamare le autorità. L’altra opzione emersa era un taxi. Ma chiamavo un taxi con il rischio di far diventare qualcun altro positivo? Allora mi hanno chiesto se avevo un famigliare positivo da chiamare, per farlo al mio posto. Mia sorella era positiva, in quarantena. Le facevo rischiare un procedimento penale? Secondo loro avrei dovuto contattare un parente o qualcuno positivo al Covid che avrebbe dovuto uscire di casa? Vista la mia alterazione, dopo mezzora mi hanno richiamato e sono andati a prendere mia mamma con l’ambulanza».
La precisazione: «Quello che vorrei far presente è che ho dovuto alzare la voce per ottenere il servizio, altrimenti mia mamma non avrebbe fatto i raggi al torace». Ma non è finita: «Venerdì mi richiamano e mi chiedono se posso portarla a fare il tampone, quando non so nemmeno se è ancora positiva o se si è negativizzata. Faccio presente che ho tre figli di 10, 13 e 17 anni, e abbiamo sempre rispettato le regole cercando di non avere contatti per non contagiarci. Secondo loro dovevo andare a prendere mia madre, portarla al punto tamponi all’ospedale di Vittorio Veneto e poi mettermi in quarantena preventiva? Peraltro come avrei fatto con il lavoro? Ma se è positiva? Rischio di nuovo? Mi hanno detto di organizzarmi da me, e ho risposto loro per l’ennesima volta che non ci stavo. Alla fine, dopo aver urlato, ho ottenuto il servizio a casa, verranno mercoledì prossimo».
Chiamate su chiamate, per farsi sentire. Riflette: «Quello che vorrei far emergere, è che trovo sbagliato da parte dell’Usca comportarsi così, aumentando casi come in miei in maniera sproporzionata. Siamo in zona “rossa”, è tutto chiuso, la gente non lavora, ho portato per due settimane le spese ai miei lasciandole davanti alla porta e poi si rischia il contagio? Contatti con mamma e papà non ne ho da due settimane».
E infine: «Io ho avuto la prontezza di spirito di rifiutarmi e pretendere un servizio perché trovavo irrazionale quanto mi chiedevano, ma tante amiche e amici non lo avrebbero fatto. Mia sorella stessa sarebbe andata rischiando il procedimento penale. Sono protocolli senza senso, almeno per quanto è capitato a me. Quando ho detto che non sarei andata a prendere mia mamma mi sono sentita una figlia degenere perché ho rifiutato l’aiuto a mia madre nel momento del bisogno, ma è stata una scelta razionale, ho tre figli a casa, non potevo rischiare così tanto».
Conclusioni: «Possibile esista un protocollo che ti porta a rischiare di prenderti il Covid? E perché se alzo la voce cambiano idea? Tutto ciò lo trovo senza alcun senso». —