Rientro in classe, Regione Fvg pronta: «Priorità agli alunni per i test»
TRIESTE Adelante, con juicio. Sta tutto nella citazione manzoniana l’atteggiamento della Regione rispetto alla riapertura dei primi cicli di istruzione, decisa dal governo a partire dalla settimana seguente al weekend pasquale. Da una parte l’assessore all’Istruzione Alessia Rosolen chiede che la cabina di regia preveda una corsia preferenziale per il tracciamento con tamponi in modo da individuare e spegnere sul nascere i focolai che potrebbero nascere nelle classi. Dall’altra il vicepresidente Riccardo Riccardi ritiene un gesto simbolico importante il ritorno in presenza di asili, materne, elementari e prime medie, ma è allo stesso tempo preoccupato dall’innalzamento della curva pandemica con «gli ospedali sottoposti ancora a forte stress».
È stato il governatore Massimiliano Fedriga a giustificare la chiusura anticipata di medie e superiori decisa dalla giunta dall’8 marzo, spiegando che scuola e spostamenti connessi sono una fonte rilevante dell’aumento di casi. Allo stesso tempo, però, la Regione ritiene che i primi cicli della formazione siano decisamente meno impattanti e quindi ha accolto la volontà di Roma sulla scuola in presenza dalla prima media in giù, come d’altra parte chiedono a gran voce molte famiglie in difficoltà nella gestione dei figli piccoli: anche ieri non sono mancate le manifestazioni anti dad.
I numeri mostrano un’impennata dei contagi nella popolazione scolastica, cominciata nella settimana del 21 febbraio e proseguita fino al picco del 14 marzo, per poi calare dopo lo stop integrale alla scuola in presenza. Dopo alcune settimane di ripresa dell’anno scolastico, il 21 febbraio i contagi settimanali nelle fasce più giovani ammontavano a 275, diventati a 620 venti giorni più tardi. Il trend parla chiaro e mostra che anche la scuola contribuisce, sebbene in modo inferiore ai contagi familiari, alla diffusione del Covid.
Allo stesso tempo, però, le tabelle della Regione mostrano come la situazione sia differente fra i vari gradi di istruzione: la riapertura di febbraio non ha causato aumenti eccessivi nelle fasce d’età comprese fra 0 e 5 anni, al contrario di quanto avvenuto per i ragazzi fra 14 e 18 anni. A oggi i contagi sono in discesa (438 in totale nell’ultima rilevazione del 21 marzo) e la Regione teme un rialzo immediato dei positivi. La consolazione è che il problema riguarderà sempre meno il personale, visto che 19 mila su 25 mila docenti, amministrativi e tecnici hanno ricevuto la prima dose di vaccino e già si contano i primi 17 che hanno completato il richiamo. Si tratta di un passo avanti importante, dopo gli oltre mille casi di insegnanti positivi riscontrati da inizio anno scolastico.
In attesa di conoscere la data di ripresa delle lezioni dal vivo, l’assessore Rosolen chiede di applicare un principio di precauzione in più e cioè l’organizzazione di un sistema di tracciamento prioritario per la scuola: «Spero che il governo preveda un sistema di test e tracciamento che permetta di verificare l’andamento dei possibili contagi». Per l’assessore, «serve una via d’accesso privilegiata per bambini e ragazzi che dovessero essere casi sospetti».
Il collega Riccardi concorda sulla proposta, ma mette in guardia sulle difficoltà: «Attivare una campagna di sorveglianza sulla scuola è giusto e da oggi è più semplice con tamponi rapidi e test salivari». Il problema è un altro: «Abbiamo gli stessi professionisti di prima, attendiamo ancora i 300 promessi dal governo e c’è la campagna vaccinale da accelerare». Riccardi interpreta il ruolo rigorista che è del ministro Roberto Speranza a livello nazionale: «Rappresento l’altra faccia della medaglia. Se il governo decide di aprire le scuole è giusto farlo, perché si tratta di un segno importante di fiducia e volontà di risollevarsi, ma anche perché le chiusure hanno ricadute psicologiche importanti e le avranno anche nella fase post Covid. Nella mia posizione non posso però non tenere presente il tema dei contagi e lo stress del sistema sanitario, che per gestire la pandemia ha anche dovuto rallentare una serie di altre attività». Il punto per Riccardi è sempre il medesimo: «Il problema non è la scuola, che è luogo sicuro, ma la mobilità della popolazione scolastica ha ricadute anche fuori da questi gruppi. Le persone di muovono, hanno contatti, tornano in famiglia e frequentano altri contesti. E oggi gli ospedali sono sotto forte pressione». —