Reggio Emilia, l’urlo del mondo del teatro: «Smettete di ignorarci, solo la cultura ci salverà»
REGGIO EMILIA. «La cultura è un diritto e un dovere. Per tutti. La città ha bisogno del teatro. Il teatro ha bisogno dei cittadini». Nella giornata in cui in tutto il mondo si celebrava proprio il teatro, in Italia i teatri sono rimasti chiusi, come da un anno a questa parte. Ma lo spettacolo è andato in scena lo stesso. Uno spettacolo triste e bellissimo. Di denuncia e nostalgia. Uno spettacolo di speranza.
Perché le centinaia di persone che ieri si sono ritrovate in piazza Martiri del 7 Luglio, davanti alle fontane del teatro Valli, erano lì a rappresentarne migliaia e migliaia. E perché i professionisti dello spettacolo presenti (appartenenti alla Rete TeatraleRe nata durante la prima ondata della pandemia), provati dall’anno di chiusura e feriti per essere stati così a lungo ignorati, hanno manifestato, prima ancora che per se stessi, per chi della cultura si nutre: il pubblico, i cittadini, tutti noi.
«Il teatro – afferma Monica Morini del Teatro dell’Orsa – è il luogo dell’incontro di noi e dell’altro, è il luogo in cui io sono un altro tu e tu sei un altro io. In arte siamo sempre di più di quello che si vede, possiamo immaginare di più di quello che c’è. E questo è l’allenamento più potente alla vita. La cultura è un cibo invisibile che è indispensabile quanto quello che si sgranocchia con i denti, un cibo di cui c’è estremo bisogno: un anno senza poesia, danza, arte, teatro ha ripiegato le persone, e i corpi ora tremano di paura».
L’assenza della cultura dalla vita quotidiana ha generato catene che ci tengono legati al dolore, allo sconforto, alla disperazione, alla rabbia. «Siamo venuti in piazza adesso – aggiunge Bernardino Bonzani, altra anima del Teatro dell’Orsa – perché adesso si deve pensare alla ripartenza: il mondo della cultura è indispensabile alla società civile e alla crescita democratica di tutti i cittadini. Lo stare insieme nel teatro, nella cultura, produce idee, passione, divertimento, voglia di fare. Voglio ricordare una frase di Dario Fo: “L’uomo senza idee, diceva Voltaire, è un imbecille”».
La cultura è una cura della persona. Non è intrattenimento. E, in Italia, conta otto milioni di lavoratori. Professionisti che hanno investito sulla propria formazione e professione, e che ora si trovano a dover vivere di cassa integrazione: c’è chi prende 600 euro, tanti non arrivano a 300. Uomini e donne che all’improvviso non sanno più cosa sarà di loro. Molti hanno deciso di cambiare vita rinunciando alla propria essenza, e hanno cercato lavori di ripiego. Gli altri guardano al futuro, ma senza vedere l’orizzonte.
«Resistiamo ma siamo stati abbandonati – dice Gabriele Tesauri, di Noveteatro – Non vogliamo prevaricare su nessuno, ma meritiamo di essere trattati come le altre categorie di lavoratori. Il fatto che siamo scesi in piazza solo ora dimostra il nostro grande senso di responsabilità. Il nostro mestiere è metterci nei panni degli altri, adesso chiediamo che questo ci torni indietro e chi ci amministra si metta nei nostri panni».
Dal febbraio dello scorso anno le compagnie e le scuole teatrali hanno sperimentato nuove forme di teatro, cercando di mantenere il più possibile in vita quel filo che le lega al pubblico, «ma il teatro è partecipazione – afferma Enrico Lombardi, di Quintaparete – condivisione fisica, di sguardi. Il teatro è un’esperienza. Non si può pensare di farlo in streaming, quella è un’altra cosa. Siamo scesi in piazza per ribadirlo».
E con una richiesta precisa indirizzata alle istituzioni, a chi “sta in alto”: «Smettete di considerarci come qualcosa di secondario. Il lavoro della cultura può sembrare invisibile ma è fondamentale: il frutto del nostro lavoro è il bambino che con uno spettacolo o un laboratorio lavora sulla sua affettività, è l’adolescente che nel teatro trova un’opportunità di socialità e risposte alle sue domande, è l’adulto che assistendo a uno spettacolo si lascia attraversare da emozioni e pensieri che producono cambiamenti reali».
Perché il teatro, e la cultura in generale, creano pensiero, formano le persone. Le nutrono, impedendo così che i cuori e le menti si facciano riempire da ciò che è nocivo: l’odio, la paura, l’indifferenza. Come affermato dal MaMiMò in questo periodo di assenza dalle scene, una sorta di intermezzo che la compagnia ha voluto usare per riflettere sul presente e soprattutto sul domani, “Con la cultura non si mangia... di tutto”.
«È necessario dirlo – affermano Angela Ruozzi e Marco Maccieri, direttori artistici della compagnia – perché non è accettabile che in tempo di pandemia la cultura venga cancellata, ammutolita. La nostra Costituzione è fondata su valori culturali, non economici, dunque la cultura andrebbe messa al primo posto. Perché non solo produce ricchezza reale, quasi il 17% del Pil, ma perché, insieme alla scuola, si impegna ogni giorno per rendere la nostra società un posto migliore in cui vivere. Una società che, ed è questo il problema vero a cui si dovrebbe pensare, uscirà spezzata da questa crisi. C’è bisogno di un nuovo Umanesimo».