“Ho fatto l’animatore ma ero scarsissimo, non come Pintus o Fiorello. Io sono più antipatico. Se ho mai rischiato le botte? Sì, al Campionato del mondo di tiro al piattello”: così Filippo Giardina
Il tagliere di salumi dà entusiasmo; l’alcol solo dell’amarezza.
Purtroppo, no.
Che succede?
Vado in tournée, non me lo posso permettere.
(Filippo Giardina nell’oceano degli stand up comedian è una sorta di pesce pilota: è uno dei primi ad aver iniziato, uno dei primi ad aver rotto certi schemi, uno dei primi a essersi allontanato pure dai nuovi schemi; uno dei primi a scoprire il pubblico non di nicchia. Carattere, approccio, disincanto, passione giù dal palco sono identici a quando sul palco prende il microfono e inonda il pubblico di parole e immagini create con le parole stesse)
Da dove arriva?
Sono stato a Pisa, Padova…
No, da dove arriva lei come persona.
Pigneto (quartiere di Roma).
Cambiamo domanda: da quale contesto culturale arriva?
Ho un fratello più grande di sette anni e dei genitori molto impegnati politicamente.
A sinistra.
Sì, anche abbastanza estrema.
La sinistra è spiritosa?
Prima andrebbe definito il concetto di sinistra.
Le accuse più frequenti.
Che sono maschilista.
Le rubano le battute?
No, perché dico cose che non ripeterebbe quasi nessuno.
La satira è pericolosa?
Se è sincera e onesta porta quasi sempre delle rotture de cojoni.
Prima del palco, di cosa si occupava?
Niente.
Non è possibile.
Un po’ l’animatore nei villaggi, un po’ di teatro. Se non avevo soldi anche il cameriere.
Animatore, le piaceva?
Era un modo per andare via di casa.
E rimorchiare.
Scarsissimo, mai stato un simpaticone.
Com’è possibile?
Il vero animatore è quello alla Pintus o alla Fiorello. Io sono più antipatico.
Puntava sul mistero.
No, ero bello e giocavo a tennis.
Il maestro di tennis è uno stereotipo.
In realtà non ero neanche un granché.
Non è simpatico, sostiene.
Non sono uno di quelli che porti a una serata per ravvivarla. Sono più quello zitto e rancoroso che scruta gli altri.
Quindi?
Ho trasformato la timidezza in altro.
Tra timido e rancoroso c’è spazio.
Tutti i timidi lo sono.
Quindi cameriere-rancoroso.
Per un mesetto, poi anche venditore di tequila bum bum. Ma avevo vent’anni.
A trenta.
Dai 25 una scuola di teatro, ma ho capito che non ero portato.
Come mai?
L’attore deve essere un po’ scemo.
E pure loro li abbiamo sistemati.
No, deve essere un po’ vuoto e accettare un contenuto altrui.
Il suo livello di senso del ridicolo.
Questa domanda mi spiazza.
Specifichiamo: andrebbe mai in giro con una canottiera bianca, corta, sopra l’ombelico?
Sono cresciuto con l’idea che se indossi qualcosa di colorato, sei già un cretino.
Però?
Per lo spettacolo sono disposto quasi a tutto, basta che abbia un senso artistico.
Ma non è attore.
Mi manca un buon controllo del corpo, poi non mi piaceva l’ambiente, l’attesa che qualcuno ti chiama, il dover sostenere le pubbliche relazioni. Allora nel 2001 mi sono messo a scrivere dei monologhi comici.
Primo spettacolo.
Nel 2003 in un pub.
Con amici e parenti.
Un caro amico, dopo i primi spettacoli, mi ha preso da parte, fatto sedere, e con calma ha spiegato la situazione: “Filì, non fa per te…”.
Aveva ragione?
Ero mangiato dalle ansie. Poi affrontavo argomenti non pop. Comunque sono andato avanti per otto anni.
Eroe.
Sempre male; magari accettavo dei contesti come la piazza, con anziani e bambini tra il pubblico, e parlavo male del papa.
Perfetto.
Quando sei ospite di contesti sei un intermezzo tra una patatina fritta e un’altra.
Non ridevano.
Macché.
E lei?
In quei momenti ti senti un fallito, un frustrato.
È stato bravo a perseverare.
Più che bravura è stata un’ossessione; poi nel 2009 ho fondato “Satiriasi”, uno dei primi esperimenti legati alla stand up, c’era anche Francesco De Carlo ed eravamo veramente punk.
Tra voi stand up comedian vi “pizzicate”?
Io sì, mentre le nuove generazioni fanno tutti gli amiconi.
Lei no.
Il comico deve essere rancoroso ed egocentrico. Non può esserci vera amicizia, soprattutto dopo che arrivano i soldi.
Sono arrivati?
Cosa?
I soldi.
Meno di quello che uno si può immaginare. Però campo bene. E me ne frega relativamente.
Cosa le dispiace?
Spesso non ci si rende conto dello sforzo, della fatica che c’è dietro al mio lavoro.
Si sente sottovalutato?
Assolutamente.
Quindi tra i comici non ha amici.
Ho persone con le quali passo una serata piacevole. Però non odio.
Con Maurizio Battista va a cena?
Lui parla tanto.
Con Enrico Brignano?
Uguale; (pausa) però loro, come Pintus, fanno più paganti di noi stand up.
Pintus è più giovane di lei.
Sì, ma la sua proposta comica è legata a vecchi schemi.
Parteciperebbe a un talent?
Ma che è matto?
Pechino-Express.
Ma dove vado?
Perché?
Non c’entro nulla, sono un autore.
Se le chiedono un selfie?
Detesto le foto e capita di rado.
Se uno chiede all’AI quali sono i migliori stand up, lei viene dopo una lunga lista.
E meno male che ci sono! Però non è una gara.
Ne è certo?
Mi auto-censuro la risposta.
È diventato rosso.
No, rosso no! Comunque gli altri si dedicano molto meno di me alla scrittura. E un po’ si vede.
Il suo cervello è sempre connesso sulla scrittura?
Esistono disturbi non ancora diagnosticati.
Tipo?
Il pensiero intrusivo mi appartiene, poi per anni mi sono fatto le canne. Ho messo la malattia a redditto.
Basta canne.
Da quattro o cinque anni, oramai vedevo i mostri. Troppi mostri.
Ha rischiato di perdersi.
Eccome.
Oggi?
Credo di no, ma non ci giurerei.
Quale sarebbe stata la deriva?
Più la follia che una vera dipendenza.
E…
Per anni ho fatto terapia.
Quando strappa una risata, sente il brivido?
La comicità è manipolazione, è nascondere le proprie trappole, ingannare il pubblico. Io sono un giocatore di tutto. E vivo la comicità come un gioco.
Pokerista?
Sì, di Texas.
Bravo?
Abbastanza.
Scuola di vita?
Aggiungo gli scacchi.
Ha tratti geniali?
No.
Genialoidi.
Nemmeno. Sono allenato a pensare.
Che dicono di lei gli amici?
Ne ho pochi e buoni. Mi vogliono bene.
I parenti.
Anche loro, mi vogliono bene.
I colleghi.
Fino a un certo punto di popolarità mi stimavano moltissimo, dopo il saltino sono iniziati i distinguo.
Tra i vip quali sono i suoi amici.
Non mi piacciono. Giusto qualche rapper come Rancore o Nitro.
Con la fama cosa ha scoperto?
La vera fama l’ho capita dentro i villaggi vacanze. Non mi piace. È brutta.
Addirittura.
Ha solo effetti indesiderati.
Dichiariamoli.
L’unico vantaggio è che scopi di più; oggi la fama la può avere chiunque.
Quando scrive i monologhi il suo parametro.
Se rido.
Ha mai rischiato le botte?
Al Campionato del mondo di tiro al piattello, ma non ricordo neanche cosa avevo detto, ho solo l’immagine di un tizio trattenuto che voleva picchiarmi.
Minacce sui social?
Quelle non esistono. Non contano.
Il pubblico più difficile.
Quello di provincia, sono i meno abituati. Poi sta peggiorando Milano: è l’unico posto dove ha attecchito la cultura woke.
Chi è lei?
Un essere umano che lotta, come tutti.
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