Puglia, voragine da 370 milioni nella sanità e rischio commissariamento. FdI:”No a Irpef più alta e a taglio dei servizi”
Iconti della sanità pugliese restano in profondo rosso, con un disavanzo che sfiora i 369 milioni di euro. Una situazione che spinge il presidente della Regione Antonio Decaro a non escludere nessuna opzione per riportare in equilibrio il sistema, dal possibile commissariamento fino all’ipotesi di nuove entrate fiscali.
Le ipotesi di Decaro
A margine di un incontro istituzionale, Decaro ha confermato che sono in corso valutazioni sulle risorse disponibili nel bilancio regionale per coprire lo squilibrio. “Il commissariamento è una norma dello Stato che scatta se non si riesce a coprire il disavanzo”, ha spiegato, senza escludere questa possibilità, pur precisando che al momento è la Regione a dover prendere decisioni.
Il presidente è intervenuto anche sul tema delle liste d’attesa, definito un problema diffuso in tutta Italia. Decaro ha annunciato il richiamo di 124mila pazienti inseriti nelle liste con priorità urgenti o brevi, sottolineando però le differenze tra le regioni nella gestione dei dati.
L’attacco di Fratelli d’Italia: “No all’aumento dell’Irpef”
Dura la replica del gruppo regionale di Fratelli d’Italia, che respinge sia l’ipotesi del commissariamento sia quella di nuove tasse. “Non possono essere i cittadini a pagare il buco sanitario”, si legge nella nota, che attribuisce le responsabilità a una gestione ventennale della sanità regionale. Tra le soluzioni sul tavolo, infatti, secondo quanto emerge, ci sarebbe anche l’aumento dell’addizionale Irpef, anche se al momento non ci sono certezze sulle modalità e sull’eventuale applicazione.
Secondo gli esponenti del partito, il commissariamento comporterebbe una riduzione drastica dei servizi, mentre l’aumento dell’Irpef peserebbe direttamente sulle famiglie pugliesi.
L’eredità del modello Emiliano
I deputati di FdI definiscono la Puglia il “fanalino di coda” d’Italia per le liste d’attesa. Criticano inoltre l’alto numero di pazienti (circa 53.000) che scelgono di curarsi fuori regione, generando un costo di mobilità passiva di circa 345 milioni di euro. Il modello Emiliano ha lasciato una voragine e ora c’è il concreto rischio di commissariamento.
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