Falsi profili social a sfondo sessuale e foto intime per molestare 45enne: condannato un 40enne
Voghera. Una spirale di molestie sessuali, minacce e umiliazioni costruita anche attraverso l’invio di immagini intime non richieste e la diffusione di contenuti falsi: è questo il quadro che ha portato la corte d’appello a confermare la condanna nei confronti di un quarantenne di Voghera, Giovanni S. difeso dall’avvocato Filippo Marioni, riconosciuto responsabile di una lunga serie di condotte persecutorie ai danni di una donna di 45 anni con cui aveva avuto in passato rapporti di conoscenza, dato che aveva collaborato per le faccende domestiche con la madre dell’imputato. La corte ha confermato una condanna e un risarcimento di 15mila euro alla vittima, che era parte civile con l’avvocato Nicolò Lobianco. I giudici d’appello a Milano hanno ritenuto provati i reati di atti persecutori, sostituzione di persona e diffamazione, delineando un comportamento continuativo e mirato a colpire la sfera personale e la reputazione della vittima.
Tra gli episodi centrali vi è l’invio, tramite chat e profili social falsi, di immagini a contenuto sessualmente esplicito delle proprie parti intime, mai richieste, che hanno rappresentato uno dei primi segnali della condotta molesta.
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Le contestazioni
A questo si è aggiunta una escalation. L’imputato avrebbe creato e diffuso fotomontaggi, definiti in sentenza “grossolani ma inequivocabili”, nei quali il volto della donna veniva sovrapposto a corpi nudi, con l’effetto di attribuirle falsamente comportamenti a sfondo sessuale. Parallelamente, utilizzando identità fittizie, avrebbe pubblicato annunci erotici online inserendo nome e numero di telefono della vittima. Le conseguenze sono state immediate e pesanti: la donna si è ritrovata bersagliata da chiamate e messaggi di sconosciuti convinti di contattarla per prestazioni sessuali. Un’esposizione forzata e degradante che ha inciso profondamente sulla sua quotidianità, generando ansia, timore e un senso costante di vulnerabilità.
Il quadro accusatorio è stato rafforzato da ulteriori elementi: messaggi minatori, anche con riferimenti a possibili violenze, l’invio di comunicazioni tramite account fittizi e perfino lettere cartacee dal contenuto intimidatorio. Le indagini tecniche hanno inoltre permesso di rinvenire sui dispositivi dell’uomo oltre novanta immagini manipolate, file in lavorazione e programmi di editing utilizzati per realizzare i contenuti.
Determinante è stata anche la valutazione di attendibilità della persona offesa, «ritenuta pienamente credibile e coerente», è emerso nella sentenza, oltre agli accertamenti informatici che hanno ricostruito l’attività online dell’imputato. Nel complesso, i giudici hanno evidenziato la sistematicità delle condotte e la loro idoneità a provocare un grave stato di disagio psicologico.
Alla luce di questi elementi, la corte d’appello di Milano ha confermato la condanna già pronunciata in primo grado: tre anni di reclusione e il risarcimento di 15mila euro. Una decisione che richiama l’attenzione sulla pericolosità delle molestie digitali, soprattutto quando l’utilizzo di immagini intime e contenuti falsificati diventa uno strumento di pressione, umiliazione e controllo sulla vittima.