Trump minaccia l’Iran accanto al coniglio pasquale: cosa succede quando il potere è in mano a ego ipertrofici
di Stefano Borioni
Spesso, come psicoterapeuta, mi trovo ad entrare in contatto con i sogni dei miei pazienti. Alcuni sono frammentati, altri hanno trame complesse che sembrano dirette da Christopher Nolan, altri ancora si perdono in simboli apparentemente incomprensibili.
Eppure, in tanti anni di lavoro, raramente un’immagine mi è apparsa onirica e disturbante come quella di un presidente degli Stati Uniti che, accanto a un gigantesco coniglio pasquale, minaccia di annientare un Paese e riportarlo all’età della pietra. A proposito di gaslighting e di una narrazione che ancora descrive quest’attacco – che d’altronde porta il rassicurante nome “Operazione Furia Epica” – come salvifico di un intero popolo.
Qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile, oggi sembra possibile proprio perché non viene del tutto pensato. Non viene integrato ma nemmeno rifiutato: resta sospeso, tenuto insieme da parti di noi che non si incontrano. Proviamo allora a non scrollare, ma a rimettere insieme quei pezzi.
Dell’ultimatum all’Iran rilanciato da Trump colpisce, prima ancora del contenuto, la struttura della scena. La dimensione salvifica della Pasqua, simbolo di rinascita, convive con una narrazione di morte, con la minaccia di una distruzione totale, senza produrre apparenti dissonanze. Si configura così una scissione collettiva che consente a contenuti opposti di restare a galla: un’ombra affacciata al balcone, difficile non tanto da vedere, quanto da riconoscere. Difficile da integrare, da simbolizzare.
Le reiterate dichiarazioni di vittoria, anche in assenza di riscontri nella realtà, fanno pensare a certe personalità in cui l’ego ipertrofico protegge un’autostima fragile, contesti in cui la realtà sgradevole viene spesso riscritta o ignorata. Il rapido passaggio dalla negoziazione alla minaccia potrebbe non essere solo strategia politica ma una dinamica relazionale: la reciprocità salta, il riconoscimento dell’altro si interrompe e questo smette di essere portatore di soggettività, diventando qualcosa da controllare o, al limite, da distruggere.
Potrebbe sembrare una strategia calcolata, ma quando anche chi è interno al sistema fatica a comprendere la direzione, si entra nella dimensione della disorganizzazione. Sequenze interattive incoerenti producono un effetto destabilizzante: se non è possibile comprendere l’altro, diventa difficile regolare la relazione. E a rimanere disorientato non è tanto l’avversario, quanto l’intero campo dei sostenitori, come i sondaggi mostrano con chiarezza.
In assenza di continuità narrativa, ogni posizione emerge come se fosse l’unica, senza memoria delle altre. Questo produce un effetto di realtà frammentata, tipico del mondo onirico (nel film Inception il personaggio di Cobb, per far capire all’interlocutrice di essere in un sogno le chiede “Arianna, come sei arrivata qui?”), ma fortemente destabilizzante nella realtà condivisa.
Questa frammentarietà, insieme all’alternanza tra aperture improvvise e minacce, sembra mostrare un processo in cui bisogno di controllo e vulnerabilità coesistono senza essere pensati. Invece di riconoscere e modulare la propria co-dipendenza con l’altro, e quindi co-costruire una dinamica relazionale condivisa, la persona agisce un bisogno d’onnipotenza ferito, destabilizzando chi le sta intorno (dinamica pericolosa all’interno di una coppia, figurarsi alla guida di un Paese potente come l’America, il cui leader che dichiara che “un’intera civiltà potrebbe morire stanotte”).
Nei bambini questa oscillazione è dolorosa ma fisiologica e transitoria, un modo per esplorare limiti e dipendenza. In alcune personalità adulte, invece, tale dinamica resta consolidata perché la dipendenza dall’altro non è tollerabile: il bisogno non pensato si traduce in azione, producendo schemi ripetitivi che mantengono un clima relazionale instabile, tossico e creano frequenti rotture. Nonostante ogni relazione si regga su micro-processi di rottura e riparazione, in questo caso assistiamo a rotture che non vengono seguite da tentativi di riparazione, ma da ulteriori escalation. La logica trumpiana ricorda quella del giocatore alla slot machine che, ogni volta, alza la posta per recuperare la perdita. Con una differenza importante: in questo caso il conto non lo paghiamo noi, il conto siamo noi.
Il problema non è tanto ciò che succede, ma come viene accolto da chi ci sta intorno. Il senso non nasce da solo, dentro di noi: si costruisce nelle relazioni, affettive, amicali o politiche che siano. Quando lo spazio che ci circonda è pieno di imprevedibilità e rotture, la relazione ne risente. Lo stesso vale per ciò che non viene fatto o detto: se il contesto non mette limiti, non nomina, non restituisce significato, viene meno quell’elemento che tiene insieme l’esperienza. Senza di esso, ciò che accade può diventare traumatico, non solo per la sua intensità, ma perché non trova un posto dove gli possa essere dato senso, un posto dove possa essere pensato e contenuto.
Se guardata in questa prospettiva, questa scena onirica non è solo politica disturbante, ma rappresenta un’immagine psichica condivisa. È un video dei Soundgarden, una distopia che fonde Orwell con Judge, un sogno collettivo fatto con 39 di febbre. E come si fa ad interpretare un sogno da cui non ci siamo ancora svegliati?
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