Caso Amico, era dai tempi di Buscetta che i collaboratori di giustizia non andavano così di moda
E’ il 3 febbraio del 2026 quando i Pubblici Ministeri titolari del processo “Hydra” sul consorzio di mafie a Milano chiedono a Gioacchino Amico, che ha appena deciso di collaborare, di confermare l’esistenza della associazione mafiosa a più teste e lui risponde: “L’associazione c’è, è nata nel 2019 ed è proprio questa unione di tutte le tre mafie, per non dire forse la quarta albanese che forse manca anche agli occhi sociali, che è quella più spietata”.
L’anno della fondazione dunque è lo stesso del selfie con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, una coincidenza che di per sé non ha alcuna rilevanza particolare allo stato, se non quella di farci calcolare il tempo che trascorre tra quel momento ed il 24 ottobre 2023, quando Amico finisce in carcere per l’esecuzione delle prime misure cautelari nell’ambito dell’operazione Hydra. Sono quattro anni abbondanti, l’ultimo dei quali (il 2022) è quello che tiene a battesimo la XIX Legislatura e l’insediamento del primo Governo Meloni. Un anno circa nel quale, come si apprende, Amico avrebbe avuto libero accesso al Parlamento: per incontrare chi e per fare cosa, si vedrà.
I verbali di Gioacchino Amico, così come quelli di altri collaboratori di giustizia come Bernardo Pace, trovato impiccato nel carcere di Torino il 16 marzo scorso, sono stati depositati nell’ordinario di “Hydra” che si è aperto il 19 marzo e sono per lo più omissati. Segno che le indagini sono in corso.
Un personaggio davvero interessante questo Amico, diplomato, occupato nel commercio di frutta e verdura, con il bernoccolo della politica, visto che nelle prime pagine di verbale, le poche non segretate, Amico racconta di essere stato il referente del Movimento Fare a Canicattì, quello fondato da Tosi, già Sindaco di Verona, una volta abbandonata la Lega salviniana.
Amico sarebbe arrivato alla decisione di vuotare il sacco un po’ per rimorsi di coscienza cresciuti a mano a mano che diventavano solide certezze le misure restrittive e i capi di imputazione nei suoi confronti, un po’ per rispetto verso la moglie in grande sofferenza a causa del processo, un po’ per paura di fare una brutta fine. Precisa infatti Amico: “Anche perché ci sono tante persone che, come hanno dichiarato anche gli altri collaboratori di giustizia, mi vogliono morto […] c’è gente libera, che è molto feroce, e qui è come se credono che fosse una passeggiata alcuni, ma una passeggiata non è, perché questa gente è in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Cioè infiltrarsi in politica, infiltrarsi… Mi dispiace dirlo Dottoressa, però lo devo dire davanti a Lei, con alcuni componenti delle Forze dell’Ordine dove hanno notizie e novità”. Affermazioni esplosive, naturalmente tutte da riscontrare.
Il fatto che Giacchino Amico fosse a Milano il referente del clan Senese, cioè lo stesso “attore non protagonista” della vicenda “Le 5 forchette” che ha travolto Andrea Delmastro, meloniano di ferro, mentre era all’apice della sua carriera politica come sotto segretario alla Giustizia è un’altra di quelle coincidenze che non provano nulla di per se stesse, ma che impongono di fare tutto il possibile per andare fino in fondo a queste storie, che ormai mobilitano almeno tre Procure (Milano, Roma e Torino).
Era dai tempi di Buscetta che i collaboratori di giustizia non andavano così di moda.
Con l’eccezione di Gaspare Spatuzza, quello che ha riscritto la storia della strage di Via D’Amelio e delle relazioni “esterne” dei Graviano. Quello che in prima battuta l’allora presidente della Commissione centrale del Viminale, responsabile della protezione dei collaboratori, non voleva nemmeno tenere in programma speciale, si chiamava Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti. A differenza di allora però oggi il Viminale, per quanto qui di interesse, è saldamente nelle mani di uomini che rispondono a Matteo Salvini, oltre al ministro Piantedosi, infatti, l’attuale presidente della Commissione Centrale che deve proteggere i collaboratori è il leghista Nicola Molteni.
Per Nicola Molteni Gioacchino Aimico pare abbia una venerazione, come riporta Il Fatto oggi, leggiamo dalle carte del processo “La Lega è andata di nuovo al Viminale, olè Molteni è diventato sottosegretario di Stato, il mio caro amico Molteni”.
E mentre auguro ogni bene al collaboratore Gioacchino Amico, nella speranza che il Viminale faccia del suo meglio per tutelarlo e tutelare il lavoro dei magistrati che riscontrano, ri-faccio a questo punto del racconto una domanda che in tanti ripetutamente hanno fatto in questi giorni, concentrati su tutt’altro scenario: per quale motivo il “siluro-Conte” contro Piantedosi è partito proprio ora e da uno dei bastioni di Atreju?
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