Tornare sulla Luna (e restarci): a cosa serve la missione Artemis 2
Per la prima volta da oltre mezzo secolo, quattro astronauti hanno lasciato l’orbita bassa terrestre per tornare sulla rotta della Luna. È la missione Artemis 2, partita il 1° aprile 2026. Una spedizione senza allunaggio, ma comunque decisiva: la Nasa deve capire se è pronta a portare esseri umani nello spazio profondo e a riportarli indietro in sicurezza.
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La missione è partita il 1° aprile 2026 dal Kennedy Space Center, in Florida, a bordo del razzo SLS con la capsula Orion. L’equipaggio è formato da quattro astronauti: Reid Wiseman, comandante; Victor Glover, pilota; Christina Koch e Jeremy Hansen, specialisti di missione. La durata prevista è di circa dieci giorni, con rientro e ammaraggio nell’Oceano Pacifico al largo di San Diego il 10 aprile.
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Artemis 2 serve a collaudare con persone a bordo i sistemi di supporto vitale, la navigazione, la propulsione, il controllo termico, le comunicazioni a grande distanza e la capacità dell’equipaggio di intervenire manualmente nelle fasi più delicate del volo. È, in sostanza, una prova generale della futura Artemis 3, la missione che dovrà riportare astronauti sulla superficie lunare.
Dopo il lancio, Orion ha trascorso una prima fase in orbita terrestre alta. In quella finestra l’equipaggio ha verificato i sistemi di bordo e ha eseguito manovre di “proximity operations”, cioè di controllo ravvicinato del veicolo rispetto allo stadio superiore del razzo, attività considerate necessarie per addestrare procedure che torneranno utili nelle missioni successive. Solo dopo questi controlli è arrivata la manovra chiave: l’accensione del motore principale del modulo di servizio europeo per la translunar injection, la spinta che ha messo la capsula sulla traiettoria verso la Luna. Nei giorni successivi la missione ha previsto eventuali correzioni di rotta; una delle prime, il 3 aprile, è stata cancellata perché la traiettoria risultava già corretta.
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Il veicolo che rende possibile il volo è Orion, una capsula progettata per missioni nello spazio profondo. A differenza dei mezzi usati per la Stazione spaziale, Orion è pensata per reggere tempi più lunghi, maggior distanza dalla Terra e un rientro a velocità molto più elevate. Il modulo di servizio che la alimenta e la spinge è europeo: costruito dall’Esa, l’agenzia spaziale europea, fornisce propulsione, elettricità, acqua, ossigeno, azoto e controllo termico. Il cuore del sistema è un’architettura a 33 motori: un motore principale per le grandi variazioni di velocità, otto motori ausiliari per correzioni e riserva, 24 piccoli propulsori per l’assetto. Senza questo modulo, Orion non potrebbe fare il viaggio di andata e ritorno.
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Dopo il volo senza equipaggio di Artemis 1, la Nasa doveva dimostrare che i problemi emersi allora erano stati affrontati in modo sufficiente per passare a una missione umana. Nel dicembre 2024 l’agenzia aveva aggiornato il calendario, spostando Artemis 2 ad aprile 2026 dopo le verifiche sullo scudo termico di Orion e sui sistemi ambientali e di supporto vitale. La decisione era stata accompagnata da modifiche al profilo di rientro, necessarie dopo l’analisi dell’usura inattesa osservata durante il ritorno di Artemis 1. Artemis 2 è quindi anche un test sulla credibilità industriale e operativa del programma, non solo sulla sua ambizione.
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Sul piano del volo, i primi giorni hanno confermato che la missione stava seguendo il profilo previsto. Il 6 aprile, durante il passaggio intorno alla Luna, l’equipaggio ha superato il record di distanza dalla Terra per un volo umano, oltrepassando il limite stabilito da Apollo 13 nel 1970. Secondo la Nasa, Orion ha raggiunto 248.655 miglia dalla Terra al momento del sorpasso del record e arriverà a una distanza massima di circa 252.756 miglia. Il punto di massimo avvicinamento alla superficie lunare è stato corretto a circa 4.067 miglia. Nella stessa fase la missione ha previsto un blackout temporaneo delle comunicazioni dietro la Luna e una finestra di osservazione scientifica della superficie, inclusa parte del lato nascosto. Al 7 aprile, Orion ha già concluso il flyby lunare e ha iniziato il viaggio di ritorno verso la Terra.
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Artemis 2 deve anche produrre dati utili per le prossime missioni. Gli astronauti stanno raccogliendo informazioni sul comportamento del veicolo, sulla vita a bordo, sull’interazione tra equipaggio e software, sulla qualità delle osservazioni lunari fatte direttamente da esseri umani e sugli effetti di un viaggio di questo tipo sul corpo umano. La Nasa insiste su questo aspetto perché il programma Artemis non è concepito come una singola impresa dimostrativa. L’obiettivo dichiarato è costruire una presenza più stabile nello spazio cislunare e, in prospettiva, sulla Luna, usando queste missioni come base per voli ancora più lunghi.
Artemis 2 è il passaggio obbligato prima di provare a tornare sulla Luna per restarci con una base. Se il rientro del 10 aprile andrà come previsto, la Nasa avrà chiuso il tratto più delicato della transizione dall’era dei test automatici a quella dei voli umani nello spazio profondo. Non basterà, da solo, a garantire il successo delle missioni successive. Ma senza un Artemis 2 riuscito, il resto del programma resterebbe solo sulla carta.