Dall’austerity degli anni ’70 alla possibile decrescita economica di oggi: mi auguro che emerga un dubbio
Chi come me ha un bel po’ di primavere (ed estati, e autunni e inverni) sulle spalle ricorda come negli anni Settanta vi fu il periodo dell’austerity. Era, in particolare, l’ottobre del 1973 quando si scatenò la Guerra del Kippur (cosiddetta perché iniziò il giorno della ricorrenza ebraica dello Yom Kippur), in cui gli eserciti di Egitto e Siria attaccarono Israele, e i paesi associati all’OPEC, per sostenere l’azione di Egitto e Siria, praticarono aumenti del prezzo del barile di petrolio e una diminuzione drastica dell’esportazione del greggio nei confronti dei paesi maggiormente filoisraeliani, tra i quali ovviamente l’Italia. Italia dove vennero adottati consequenziali provvedimenti volti a limitare l’uso di petrolio e derivati. Fu appunto l’austerity.
Quali i provvedimenti? Il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi privati (le famose domeniche a piedi); la riduzione della pubblica illuminazione del 40%; lo spegnimento delle insegne e scritte pubblicitarie; l’obbligo per bar e ristoranti di chiudere entro la mezzanotte, mentre ai locali di pubblico spettacolo venne imposta la chiusura entro le ore 23, orario in cui dovevano terminare anche le trasmissioni televisive. L’austerity in realtà non durò molto ma è rimasta famosa, come un granello di sabbia negli ingranaggi della macchina, come un qualcosa che non si pensa possa accadere e invece accade.
Sono trascorsi più di cinquant’anni ed ecco che si ricomincia a parlare di riduzione dei consumi a seguito degli esportatori statunitensi di democrazia, questa volta in Iran, e dei loro sodali criminali israeliani. E si parla altresì, di conseguenza, di riduzione del Pil o addirittura di recessione. Perché, che si voglia ammettere o meno, il sistema si basa sulle fonti non rinnovabili. Un possibile shock che ti fa tornare con i piedi per terra, nonostante che “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista”. Fonti fossili o meno, s’intende. È la cosiddetta “decrescita infelice”, che, anche qui, si voglia ammettere o meno, è il futuro che ci attende, indipendentemente da come andrà a finire il contingente.
Del resto, voi ve lo immaginate un partito, uno schieramento politico che ha nel proprio programma una decrescita programmata? E chi lo voterebbe? E del resto, quanti sono coloro che aderiscono alle varie decrescite che ci sono anche solo in Italia? Un caro amico un giorno ha pronunciato una frase del tipo “ci sono più decrescite che decrescisti”. Diciamo che la crisi attuale, anzi auguriamoci che la crisi attuale instilli quanto meno il dubbio nella gente che non si possa continuare cullati nel benessere (che poi benessere per il pianeta non è). Che non si possa continuare ad accumulare beni, a fare viaggi, a mangiare carne. Almeno questo: rendersi conto dell’insostenibilità, e magari ciascuno, nel nostro piccolo, iniziare a pesare di meno sulla Terra. Mentre i partiti pensano a riempire gli arsenali di armi e a fare le primarie.
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